La Stella di Viggiano nello “Zodiaco di Maria”

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Nel 1715 il predicatore domenicano Serafino Montorio dà alle stampe lo Zodiaco di Maria, opera monumentale che, dividendo le province del Regno di Napoli nei dodici segni dello zodiaco, passa in rassegna i principali santuari mariani dall’Abruzzo alla Calabria. Ad ogni santuario attribuisce una stella descrivendo leggende di fondazione, miracoli, icone venerate nei più importanti centri mariani del tempo trasformando in dati storici una serie di informazioni e storie che probabilmente non sarebbero giunti fino a noi.
Naturalmente, descrive anche il santuario della Madonna del Sacro Monte di Viggiano, ponendolo nella costellazione del Toro (Principato inferiore) e non in quello del Cancro (Basilicata), traendo le notizie sulla nascita del culto, sui miracoli e la descrizione della statua venerata da una relazione del vescovo di Marsico di quattro anni prima.
Questa fonte, che contiene una serie di elementi fondamentali per indagare il “passato simbolico” del santuario lucano, può essere letta come la prima elaborazione colta di una storia che, come per lo sguardo della Madonna, muta a seconda di chi la guarda.

Qui si può sfogliare online.
Qui informazioni dettagliate sulla struttura dell’opera.
Di seguito la fedele trascrizione e le riproduzioni fotografiche delle pagine dedicate al santuario di Viggiano.

S T E L L A  XVI

Del Segno di Toro

Santa Maria del Monte nella Terra di Viggiano della Diocesi di Marsiconuovo.

Distrutta l’antichissima Città di Marcelliano, ne’ primi tempi situata su le rive del fiume Drumento à piè del Monte, nella di cui sommità era allora piantato un forte Castello detto Giano, e serviva à quelli abitanti per ritirarsi in securo dalle invasioni de’ nimici più potenti; le reliquie di quei Popoli edificarono n altro luogo alla falda del detto Monte, ma verso mezzogiorno, ove allargandosi a poco a poco, lo cinsero di mura e baloardi, chiamandolo Viggiano, per far noto (cred’io) al Mondo, ed à potenti, che il detto lor Forte, divenuto inespugnabile alla forza dell’armi nimiche aveali custoditi, e preservati dall’ultime loro rovine. Mentre dunque i Viggianesi godevano qualche tranquillità di pace nell’anno del Signore 304 sotto gli auspici della Fede Cattolica nel primo anno del Pontificato di Marcello I di questo Nome, ed imperando Diocleziano, quel crudelissimo persecutore della nostra Fede, nel quarto anno del Consolato di Costanzo Padre del gran Costantino, e sesto di Galerio Massimino, quali furono tutti Imperadori, era Prefetto dela Provincia, detta allora Capagna Felice, un uomo fierissimo chiamato Dragonzio, sotto il di cui governo la Chiesa di Dio patì orribili persecuzioni, come lo dimostrò la sperienza, essendo stati in un solo mese martirizzati diecessettemila Cristiani.

In questo tempo dunque piacque ala divina bontà di consolare con in prodigioso tesoro gli animi di quei Fedeli spaventati da quel barbaro eccidio, ed il caso avvenne nel seguente modo. Guardavano i loro armenti alcuni Pastori di Viggiano, menandoli à pascoli estivi su le scoscese coste dell’accennato Monte, quando nel mese di Luglio vegliando di notte alla custodia del loro Gregge, viddero più volte su l’ultima cima di quella altissima Montagna (che quantunque nelle parti inferiori fosse arbustata di Faggi, ergeva il capo nudo d’ogni pianta, perché di sasso vivo, e dirupevole), un gran lume, che avendo sembianza di splendore, si fé loro conoscere non essere cagionato da fuoco terreno, ma soprannaturale, essendo impossibile, che à quell’ora, uomo alcuno accedesse fuoco in parte così alta, e quasi inaccessibile; quindi mossi da tal giudizio ne diedero parte alli principali Padroni degli armeti, e questi mossi da simile curiosità, vollero vedere cogli occhi, quato loro vene significato da quei Pastori; onde in grà numero si portarono a pernottare in luogo, dode potessero vedere l’accenato prodigio, ed in fatti conobbero essere verissimo quanto quei Villani aveano riferito; e perciò giudicandola cosa celeste, risolverono farne consapevole il Vescovo dell’antico, e rovinato Crumento, ora Marsico, il quale chiamasi Omerio, uomo di santissima vita.

Conferitosi egli inpersona al detto luogo, vedendo il meraviglioso lume, per non errare nel giudizio, da prudente pensò darne notizia al Sommo Pontefice, dal quale alli 25 di Agosto fu risposto, ed ordinato, che il Popolo col Clero, confessati, e cibatisi dell’Eucaristico pane, andassero in Processione sul Monte ad osservare più da vicino la qualità di quel splendore, ed il luogo prefisso, donde quello usciva, segnandolo, per scavarvi la mattina seguente, e ritrovare la ignota, e rara cagione di quello. Secondo avea il Papa ordinato fù tosto eseguito nel primo Sabbato di Settembre, e segnato il luogo, fù ivi scavato; mà appena eransi profondati un solo palmo sotto terra, trovarono con indicibile stupore, ed allegrezza una statua tutta di legno indorato, che dava splendori superanti quello dell’oro, e sotto di essa molti Idoli, come diversi nella forma, così distinti nella materia metallica, quali come cose superstiziose furono immediatamente fatte consumare dal fuoco, distruggendo così le reliquie del Gentilesmo in quelle parti.

Trovato in questo modo il prodigioso simolacro, colla medesima processione lo portarono a Viggiano, depositandolo in una Chiesa dedicata alla Vergine, col pensiero di fabbricare ben presto nel monte, e nel luogo, dove fù trovato, un’altra Chiesa, nella quale dovesse essere costodito, e venerato con più decoro, come in fatti eseguirono, dando principio al destinato edificio. Ma perché sopravvenne l’inverno, che su quelle balze è orridissimo, e previene anche la sua stagione, restò per allora imperfetta la fabbrica di detta Chiesa, che poi fù compita verso il fine di Aprile, benché non molto grande per allora, con proposito nulla dimeno d’ingrandirla col tempo, ed à poco à poco col denato, che loro sarebbe pervenuto dalle offerte limosine. Ridotta dunque à perfezione la detta Cappella, riportarono con gran pompa la prodigiosa Statoa della ergine nel giorno di Domenica, che fù la prima di Maggio dell’anno suddetto, concorrendovi non solo i Viggianesi, ma un numero grandissimo di persone da molte parti convicine, collocandola secondo il disegno dell’Altare ivi frabbicato, e destinandovi alcuni Sacerdoti, che havessero pensiero di essa, recitarvi i divini Officj, ed offerirvi l’incruento sagrificio.

Passata la state, e ritornata la prima Domenica di Settembre, giorno anniversario della miracolosa sua invenzione, mentre i predetti Sacerdoti preparavansi à celebrare, e solennizzae la memoria di sì alto beneficio, ecco veggono sollevarsi da se medesima la sagra Statoa, e portata per aria da mano invisibile, trasferirsi alla Terra di Viggiano frà lumi splendidissimi, e posarsi nella Chiesa appunto dove la pria volta fù depositata. A questo nuovo portent estatichi per un poco di tempo gl’astanti, à tutta carriera poi corsero dietro al volante simolacro, gridando: Miracolo! Miracolo! Finché gionti alla Patria, lo viddero da se stesso collocato nel primo luogo. Sospettarono, non senza qualche fondamento, che non piacendo alla Vergine lo stare in luogo così disastroso, dove già aveano principiato ad ingrandire il nuovo Tempio, volesse essere venerata nella Chiesa di basso, e perciò con gran sollecitudine diedero principio ad una nuova fabbrica per renderla più magnifica: ma la prima Domenica di Maggio restarono disingannati, perche, essendo il giorno della prima traslatione, à vista di tutto il popolo, sollevandosi in alto la miracolosta Statoa, portossi volando su la cima del monte, fermandosi nel suo luogo.

Al rinnovato prodigio, non sapendo che pensare il Vescovo, Clero e Cittadini, stupefatti, e confusi, risolveronocon sana prudenza darne di nuovo raguaglio al sommo Pontefice, e fù da questo deciso, che avendo dimostrato la Vergine con tal transito, che bramava essere venerata nella Chiesa di basso la prima Domenica di Settembre, e nella Chiesa di sopra nel prima Domenica di Maggio, toccasse ad essi trasferirla secondo ne aveano esemplare dalla stessa Regina del Paradiso, che voleva essere riverita nell’uno, e nell’altro luogo; onde in esecuzione del Pontificio decreto, così si è costumato sempre in onore, e gloria di quella sovrana Signora, sempre ammirabile nell’invitare i popoli à venerarla.

Ma non perciò mancarono nuovi prodigj, posciacche essendo il monte dove fù trovata la miracolosa Immagine, appartenete al Territorio di Marsico vetere, inalzandosi trà i confini di questa distrutta Città, Calvello, e Viggiano, pensò il popolo di detta Città appartenere alla loro comunità la detta Statoa, e perciò due volte con armata mano se la portarono al lor paese, non considerando, che la Vergine avea chiaramente dimostrato compiacersi di quei due luoghi, da essa eletti per propria stanza. Stizzato il popolo di Viggiano à questo replicato furto, armossi coraggioso per ricuperare quel tesoro, che con tanta loro spesa, e fatica aveansi acquistato, e credevano con verità esserne legittimi padroni. Ma non piacendo à Maria lo spargimento di sangue per suo interesse, come tesoriera di pace, decise con replicato miracolo in ambedue le volte la lite, trasferendosi senz’opera umana alla sua Chiesa, conche restarono vincitori i Viggianesi, e confusi gli Abitanti di Marsico vetere.

Rimasi finalmente i primi in pacifico possesso della prodigiosa Statoa, continuarono ogni anno la solita traslatione fino agli anni à noi più vicini, quando avvenne un altro prodigio degno di farsene memoria, ed avvenne nel seguente modo. Attestarono come testimonj di veduta il quondam Marcello de Ragho, ed il fù Giandomenico Paoliello, alias Vecchio, Cittadini di Viggiano, quali vissero più di cento anni, che essendo essi giovanetti, e dovendosi fare la solita processione nella prima Domenica di Maggio, e trasferirsi sul monte la statua della Vergine, restò impedita la cerimonia da una dirottissima pioggia, cadendo dal Cielo un diluvio d’acque mischiate con grandini, e frequenti saette: onde sconfidati di portarla con tanto scomodo per luoghi alpestri, pensarono trasferirla il dopo pranso, con speranza, che il tempo si abbonacciasse, e dasse loro campo di portarla sul monte; e già ogni uno si ritirava à casa per prendere il quotidiano cibo, essendone già l’ora, quando udissi un grido di molti, che richiamavanli à mirare un nuovo portento, ed era appunto, che la Statoa, tuttocche diluviasse, da se stessa transferivasi per aria sul Monte. A questo spettacolo accorsero tutti, e correndo frettolosamente dietro la loro cara Signora, osservarono nuova maraviglia, cioè che la strada per cui si và colasù, era asciutta, come se mai avesse piovuto, dal che conobbero, che la Vergine voleva essere servita in quel giorn puntualmente, non ostante qualsivoglia intemperie del tempo; tanto più che trovarono la Statoa in parte niuna bagnata, onde da quel tempo mai si è tralasciata la solita processione, ancorche il Cielo minacciasse rinovare il primo diluvio del mondo.

In oltre in simili Processioni è da ntarsi un’altra stravaganza di quella prodigiosissima Statoa, perche fanno à gara gli aggregati alle confraternite nel portarla, pretendendo ciascheduno esser più privilegiato dell’altro nel cercarli di quel sì caro peso, e portarla più lungo spazio di strada, la Vergine, quasi voglia onorar tutti, quando è gionta ad un determinato luogo, rende se stessa sì grave, che non può portarsi più avanti fino che non vengono altri a soccombere al peso desiderato, in modocche mutati i portatori, ella si rende di nuovo mobile come prima, ed in questa maniera senza invidia frà di loro restano tutti soddisfatti nella loro divozione. Di più quando ella vuole concedere qualche grazia, in particolare nel liberare da spiriti maligni gli ossessi, ne dà il segno col moversi, e farsi in dietro nel luogo dove ella risiede, sicche quel Simolacro come animato dalla stessa Regina degli Angioli, quasi ogni momento si rende ammirabile ne’ suoi prodigj.

Questa maravigliosa Immagine stà à sedere, e nel mezo del suo seno siede il divino sui Figliuolo Giesù, sostenuto dalla sinistra della madre; ambedue sostengono un mondo, l’una colla destra, l’altro colla sinistra, ed il Figlio colla destra dimostra dispensare le sue divine benedizioni. Il volere poi esaggerare qui li continui, ed ammirabili miracoli operati dall’Altissimo à gloria di Maria, ed à favore degl’ossessi, infermi, ed altri simili bisognosi, sarebbe un tentare l’impossibile, potendo bastare à chi legge, che la Statoa suddetta, benche di legno, in tanti secoli non abbia dato, ne dia al presente alcun segno d’essere tarlata, ancorche stia tanti mesi sul monte, dove l’intemperie dell’aria consuma anche le fabbriche più dure (il che è stato cagione, che la Chiesa colassù sia fabbriacata tutta di pietre vive, e quadrate) non che materia così fragile.

Non voglio contuttocciò lasciar senza memoria un altro prodigio, ed è, che alcune volte col volto allegri, altre con ciera offuscata, ò terribile, ed altre volte sudante, e questo avviene allo spesso; E ben vero non però, che ciascheduno la vede per la finestra della propria coscienza; onde in ambedue i suddetti giorni vi è concorso innumerabile di Popoli, anche lontani, che si portano ad ammirare insieme, ed à ricevere le solite grazie, ò à ringraziarla, e soddisfare alli loro voti, lodando sì alta, e portentosa Benefattrice. Ed io rivolto à Fedeli, conchiuderò con S. Bernardo (serm. in Nat. Vir.) Intueamini fratres, quanto devotionis affecta à nobis Mariam voluerit honorari, qui totius boni plenitudinem posuierit in Maria: ut proinde si quid spei in nobis est, si quid gratiæ, si quid salutis, ab ea noverimus redundare. Totis ergo medullis cordium, totis præcordiorum affectibus, & votis omnibus Mariam hanc veneremur; quia sic est voluntas ejus, qui totum nos habere voluit per MARIAM.

Estratta da Relazione manoscritta del Vescovo à di 6. di Settembre 1711.

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Il monumento ai portatori

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Fotografia della pagina: http://www.facebook/Viggiano.PZ

 

La banda del paese, il gruppo folk con l’abito tradizionale e il cinto devozionale, le allieve della scuola di arpa popolare, le autorità civili e militari in prima fila, i portatori viggianesi con la loro t-shirt blu e i cittadini della Città di Maria: tutto è pronto a Viggiano per un evento speciale.

Mancano due settimane alla discesa dal Sacro Monte della Madonna Nera e all’ingresso del paese, in una gigantesca rotatoria, drappi rossi coprono qualcosa di imponente. È una scultura dell’artista prof. Felice Lovisco che ritrae un momento del pellegrinaggio a Viggiano, o meglio, fissa nel bronzo per gli anni a venire l’atto stesso del pellegrinaggio. Tredici uomini (i dodici portatori e colui che ne guida i movimenti) trasportano la statua venerata da tutta la Lucania nel suo baldacchino d’oro, si rivolgono al Monte dove arriveranno col sacro sulle spalle dopo un po’ di ore e svariati chilometri in salita. Un monumento che ferma il tempo, come fa la festa stessa, e che rappresenta fede, devozione, pietà popolare, sentimenti d’abbandono allo spirito di corpi affaticati. Mancano due settimane alla discesa dal Sacro Monte della Madonna Nera e Viggiano inaugura il “Monumento ai portatori”.

Si avvicina il tramonto di una domenica di fine estate e il paese della Val d’Agri è pronto a questo ennesimo evento. Ennesimo perché sono stati giorni impegnativi e importanti. Il 18 agosto sindaco e rettore del Santuario regionale sono stati ricevuti da Papa Francesco che ha benedetto due nuove campane del Santuario montano (la terza è stata benedetta dal Papa Emerito Ratzinger). “Maria”, “Benedetta” e “Lucania”, i nomi delle campane, sono state inaugurate la mattina di domenica 21 agosto da Mons. Georg Ganswein, Prefetto della Casa Pontificia.

Eventi importanti perché legano ulteriormente il Santuario di Viggiano al Vaticano, alle gerarchie ecclesiastiche, ai pa
pi. Un legame che si rinnova e riannoda dopo le due incoronazioni (1892, 1991 per opera di Giovanni Paolo II) e la presenza nella Basilica di San Pietro della statua il 1 gennaio 2011, solo per citare alcuni dei fatti più esplicativi.

Ogni inaugurazione ha una retorica, è una costruzione dialettica tra cerimoniale e parole che ben tratteggiano le rappresentazioni di sé e del proprio operato che chi officia mostra a chi partecipa. Ed è per questo che è interessante prendervi parte, perché taglia a fette il reale e lo confeziona con parole scelte meticolosamente.

In realtà, a me ha colpito una sola di parola, un sinonimo scelto e pronunciato con attenzione dal sindaco che ha officiato l’inaugurazione: carburante.

Un passo indietro. L’intero discorso, dopo i saluti e ringraziamenti di rito a autorità civili, religiose, militari e a chi ha lavorato per quest’importante monumento, si imperniava sull’importanza che la Madonna Nera riveste per il paese che sta amministrando. “Cosa sarebbe Viggiano senza Madonna?”, senza la festa che la pone al centro della Lucania due volte all’anno, il pilastro dei “valori dei padri” su cui reggersi per non perdere la propria identità di lucani e viggianesi. “Non sono stati mesi facili” e il riferimento esplicitato è ai tagli del governo centrale, ma una serie di opere pubbliche (come la rimessa in funzione dell’antico tratturo che saliva sul Sacro Monte) si avvieranno nei prossimi mesi. “In collaborazione con ENI.”

“L’amministrazione andrà avanti con amore carburante”, ora ritorna la scelta del sinonimo. Un participio che sa di petrolio e che muta i “soldi pubblici” in “royalties”. Le parole sono importanti e la metafora del sindaco di Viggiano fa esplodere una serie di questioni, a pochi giorni dalla riapertura del COVA, nel silenzio. Quel silenzio nel quale questo “popolo semplice”, come ha definito i lucani l’assessore regionale (a Viggiano in sostituzione del Presidente Pittella convalescente) che è sicuro della rinascita della “Grande Lucania”, porta sulle spalle da secoli la sua Regina.

Il Cammino silenzioso, il racconto della festa di settembre

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Raccontare “Il cammino silenzioso” è impresa ardua.
Più difficile dei cento chilometri a piedi, del caldo dell’asfalto e del freddo della veglia sul Sacro Monte, del peso sulle spalle e nel cuore, delle scalate o delle discese impervie, il ritorno non riesce a mettere in fila, uno dopo l’altro, i passi e le parole.
Troppo veloce è il ritorno, il cammino invece ha il ritmo intelligente di Astrid e Viola, le due asine che hanno sopportato il peso di ciò che io, Ivan, Vincenzo e Dario ritenevamo utile fino a poco prima dell’ultima salita.
Forse sono i silenzi e i ricordi che raccontano meglio questi cinque giorni di resistenza.
Sì, «Camminare, che appare anacronistico nel mondo contemporaneo (…), è un atto di resistenza» come scrive David Le Breton nelle prime pagine di Camminare. Elogio dei sentieri e della lentezza, è la resistenza dei corpi in cammino, che nutre menti e sguardi, a imprimere senso al viaggio.
“Il cammino silenzioso” di settembre oltre ad essere un atto di resistenza, però vuole raccontare i luoghi attraversati, le persone incontrate, le storie incrociate nella Lucania “nera” che si apprestava a festeggiare la sua protettrice.
Ecco, raccontare è impresa ardua perché è lo scopo del mio cammino, non solo di questo (alla fine del quale abbiamo accompagnato la Madonna di Viggiano verso il paese, dopo averla accolta a maggio sul Monte) ma anche di quelli che verranno. Lo scopo più dirompente, quello meno intimo, l’urgenza che nutre la resistenza è il racconto, ci provo con questo piccolo resoconto, con le suggestioni che devono essere ancora setacciate dalle riflessioni, dalle immagini, dalle testimonianze.

Con Ivan, Vincenzo e Dario siamo partiti mercoledì 2 settembre dall’Asineria EquinOtium di Atena Lucana alle prime ore del giorno, stavolta il carico di Astrid e Viola era più pesante, c’erano tende, sacchi a pelo, lo zaino del quinto compagno di viaggio, Antonia, di dodici anni e curiosa del mondo. Da contrada Arnici, percorrendo la strada con i rami degli alberi amputati per permettere il passaggio delle pale eoliche da impiantare a monte nel comune di Brienza, siamo arrivati subito in Basilicata, in contrada Pozzi. Centinaia di pannelli fotovoltaici riflettevano il sole che nel frattempo si era alzato. Resteranno lì per trent’anni, cambieranno le pecore che vi pascolano in mezzo, cambieremo noi che li attraversiamo, cambierà la modalità di ricavare energia dal sole. Mentre loro resteranno lì, uomini e animali se ne andranno. Queste lastre entreranno a far parte del paesaggio, non ne saranno più un corpo estraneo, ne diventeranno elemento, come la grande cava che ci apre la salita verso un bosco magnifico. Prima di questo bosco, tra campi coltivati e il puntello del passaggio mitico di Annibale, ecco la “Postazione sonda Gargaruso 1”, lì dove le trivelle sono scese per chilometri l’ENI ha costruito un “Centro ricreativo per attività sportive” (abbandonato), lì dove i fanghi d’estrazione non si sa che fine abbiano fatto si coltivano patate. Il pozzo resta anche quando è improduttivo riempito da chissà cosa, quei campi rimangono produttivi per i proprietari che, interrogati a riguardo, ammettono che la zona probabilmente non è del tutto bonificata. Gargaruso 1 è entrato ormai nel paesaggio culturale, lì attorno si continuerà a coltivare nonostante il rischio di ammalarsi con i frutti della propria terra.
Entriamo in una maestosa faggeta, qui pranziamo in località Lago, una conca con al centro un pozzo, per attingere acqua e abbeverare gli armenti. Il tempo di riposare, di avere un lieve calo di pressione e si riparte.
Ritorniamo in Campania, percorrendo i sentieri dei Monti della Maddalena, dopo essere entrati nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano arriviamo in quello del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Attraversiamo la Foresta Cuponi, territorio demaniale che ogni tanto ci concede una magnifica vista dei paesi del Vallo, il Santuario di San Michele di Sala Consilina visto di spalle, le orme degli animali selvatici lungo il sentiero che lo scorso maggio era ricoperto dall’acqua piovana. Il silenzio, interrotto a volte dalle piccole grandi scoperte di Antonia e dai giochi musicali di Vincenzo, accompagna lo stupore di chi, come Dario e lo stesso Vincenzo, sta vivendo per la prima volta l’essenza del “Cammino”. Io osservo come in pochi mesi i luoghi sono mutati e come sia mutato anche il mio modo di perdermi in essi. Al posto dei fiori ora ci sono i frutti, funghi, pere, mele, prugne selvatiche nutrite dall’acqua che sotto i nostri piedi nasce copiosa e che fa bere i paesi dei due versanti. I Monti della Maddalena sono montagne d’acqua, un santuario di vita che genera e rigenera. Questa acqua è benzina per centinaia di migliaia di motori: alberi, rovi, fontane, fiori, campi, case, imprese artigiane, allevamenti, vite che si dissetano. E lo capisco meglio passandoci nella stagione dell’arsura perché ritornare sui propri passi apre le porte a nuovi modi di comprendere il mondo.
Quando la stanchezza sta per avere la meglio l’arrivo si fa più vicino, un’eterna mezz’ora che giunti a casa di Ivan Bruno e della sua famiglia sembra essere niente. L’ospitalità che riceviamo è degna di quella cantata nei poemi omerici, la mensa ci apre a riflettere su cosa mangiamo quotidianamente. In contrada Vivo, sopra Sala, le piante sono interrogate, diventano saponi e medicamenti, in laboratorio e a tavola. Depurati da una cena macrobiotica, siamo interrogati anche noi, quali sono le ragioni del nostro cammino? Ognuno ha motivi diversi, detti e non detti, che s’incastrano e compongono il viaggio, la stessa meta per scopi complementari, da raggiungere insieme.

Dopo aver riposato le gambe, alla partenza della prima mattina del 3 settembre Antonia ci saluta. Riprendiamo “Il cammino silenzioso” rifornendoci dell’acqua per le ore successive, mettendone da parte un po’ da donare alla Madonna, per dissetare l’arsura delle nostre richieste. Risaliamo, dobbiamo ritornare in Basilicata, salutiamo il Vallo di Diano, sotto Monte Cavallo attraversiamo un bosco in cui, nonostante la scomparsa del sentiero tracciato, si riconoscono le tracce della presenza degli uomini. Non siamo i primi a calpestare quel suolo ricoperto di foglie, ma è come se la scoperta ci rendesse esploratori di un mondo lontano, in percolo, che in realtà ci sovrasta quotidianamente. Un tratto di cammino che quasi riesce a filtrare i nostri corpi, a farli attraversare tra gli spiragli di luce, come in un antico e nuovo rito di passaggio che attraversa i rovi. Sbuchiamo in quella che era la Polveriera, luogo di esercitazione militare nel territorio di Padula, da lì scendiamo tra vestigia che odorano di polvere da sparo e le storie di briganti di Dario, fra lotte e prese di posizione che oggi (nell’epoca post-moderna sulla cui valenza storico-filosofica in questo tratto di cammino ci interroghiamo) occorre ripensare e riattualizzare. Mandrano e Mandranello sono l’ultimo avamposto campano del nostro viaggio e i confini assumono tratti diversi, Campania e Basilicata non stanno spalla contro spalla, si guardano negli occhi, non riesci a distinguerne la fine e l’inizio. La “lucanità” è questa? Un albero con radici in due regioni?
Dopo impietose curve di pietre, Astrid e Viola camminano con difficoltà. Ci fermiamo a una fontana assolata.
Leggiamo dopo il pranzo che per i partigiani della felicità «La que­stione teo­lo­gica è più impor­tante della que­stione meri­dio­nale» e noi, che non sappiamo se l’acqua che scorre dalla fontana lì vicino possiamo berla perché siamo circondati da trivelle che sconquassano il sottosuolo della terra che calpestiamo da un giorno e mezzo per andare dalla Madonna di Viggiano, crediamo invece il contrario. Occorre che la questione meridionale non sia un capitolo dei libri di storia, ma un argomento discusso nei bar che da sempre sono luoghi di ritrovo, negli oratori delle chiese di paese, nelle piazze assonnate o invisibili, in fila agli ospedali che stanno chiudendo. La questione meridionale è chiedersi chi, cosa e perché ci fa temere di bere quell’acqua di fonte, interrogarsi sul perché ci si affidi alla Madonna Nera e non ai propri rappresentanti istituzionali, capire come fare per non andare via (e farsi cacciare) dal Sud.
Noi riempiamo una borraccia con quell’acqua per donarla alla Madonna.
Ripartiamo, è la controra e gli asini sono ancora più stanchi, come se il peso delle nostre domande gravi più degli zaini, della tenda, del cibo che trasportano. Arriviamo a Pergola, la frazione di Marsico Nuovo che pochi mesi prima ci aveva negato anche un bicchiere d’acqua. Ora il pozzo “Pergola 1” svetta di fronte a noi, potente. Salutiamo due anziane che stanno di fronte casa, arriva il molinaro che avevamo interrogato già a maggio, ci ha riconosciuti.
Continuiamo la strada, dobbiamo arrivare fin sopra il pozzo, salire la collina da cui sta esplorando le viscere di questo angolo di Lucania. Ad un certo punto, un ragazzo ci chiama, con lo zio e il cugino sta sistemando la legna per l’inverno, ci offre da bere, ci chiede da dove siamo partiti e dove stiamo andando. Il discorso si allarga al petrolio.
In poco tempo arrivano amici e parenti, si fermano incuriositi, per una foto agli asini o qualche domanda. Si sta facendo tardi, il tempo per salire e montare la tenda si sta riducendo. Ci viene in soccorso l’ospitalità lucana, quella che credevamo estinta. Ci invitano a restare lì la notte, è una casa che tra un anno ospiterà una nuova famiglia, ma soprattutto a fare festa con loro, i giovani di Pergola. Noi accettiamo.
Il tempo di preparare la brace, prendere la carne e le birre, e arrivano la sera e una ventina di ragazzi per fare festa con noi. Sono di Pergola, di Marsico Nuovo e di Brienza, l’età media è circa 23 anni, tra di loro c’è chi studia e chi lavora. Il fuoco della festa e il totem del petrolio, il pozzo “Pergola 1” illuminato (come la grande croce di luci bianche che sovrasta la frazione) secondo “interventi di inserimento paesaggistico e ambientale al fine di mitigare l’impatto visivo della torre e dell’intera postazione” sembra un’astronave pronta a trasportarci tutti sulla magnifica luna che piano piano esce a illuminarci. Il discorso sul petrolio si approfondisce.
I nostri nuovi amici sono informati, conoscono le vicende politiche, le dinamiche clientelari e economiche, i risultati dei controlli ambientali che raccontano gli ultimi anni dei loro luoghi. Sono consapevoli che le estrazioni stanno incidendo negativamente sul loro futuro. Perché? Qualcuno di loro lavora nell’indotto del petrolio, sanno che le royalties fanno piovere un bel po’ di denaro nelle casse dei loro paesi, percepiscono il buono carburante. Sanno che i soldi che il petrolio gli fa passare tra le mani sono solo le briciole, hanno capito che stanno perdendo vere risorse come i boschi, i terreni, l’acqua, sanno che la loro salute è a rischio, l’hanno vissuto sulla loro pelle. Accettano di raccontarci cosa vuol dire essere i figli del petrolio, quando sono stati perforati i primi pozzi non erano ancora nati, forse ancora non lo sanno che loro non sono le pecore ma possono essere le formiche di questa terra.

Partiamo il 4 mattina presto per non bruciare sotto il sole, attraversiamo la cava di Pergola, alle sue spalle ci affacciamo sulla Val d’Agri. Il sentiero cambia forma continuamente, dal bosco alla pineta, dalle ginestre ai campi, fino a quando non sbuchiamo sull’asfalto, alla fontana di Marsico Nuovo e al bar dove facciamo colazione. Costeggiamo il fiume Agri tra campi e vigneti rigogliosi, frazioni nelle campagne tra Marsico e Paterno e poi Galaino, salendo fino a Barricelle, a Il Querceto di Francesca Leggeri e Tazio Recchia. Qui, dopo aver scrollato la polvere del cammino, rigenerati e rimessi in sesto, ritroviamo libri, tracce di storia e di storie, ci fermiamo. Astrid e Viola si riposano e anche noi.
Questo posto parla di “Pietre, miracoli e petrolio“, come il documentario di Gianfranco Pannone del 2004 che vede Francesca tra i protagonisti. L’energia e l’equilibrio delle pietre cosa può contro il potere nero del petrolio? Il fantastico querceto alle spalle della struttura ricettiva e dell’azienda biologica è ormai attraversato da un oleodotto. E i nostri passi cosa possono in confronto alle multinazionali? Possono nulla, ma servono a noi, a capire cosa c’era sfuggito, a trovare il tempo per coltivare certezze. La sera festeggiamo, io con un pizzico di malinconia, l’arrivo di Valentina e Carlo, è il compleanno di chi questo cammino l’ha pensato e reso possibile: Ivan, “capeciuccio” e “capo ciuccio”.

Una bella dormita e il 5 mattina ripartiamo, senza Astrid e Viola, con sulle spalle il necessario per i due giorni seguenti. Piove, ma il cielo è sgombero di nuvole. Smette e saliamo, attraversiamo il querceto costeggiando l’oleodotto, quando incrociamo l’asfalto incontriamo il sito del nuovo prossimo pozzo, il Sant’Elia, lo stanno sminando, ripulendo da ciò che potrebbe disturbare la perforazione. Saliamo fino a quando non imbocchiamo il Sentiero del Ventennale, superiamo pini e macchia mediterranea fino ad attraversare la strada che da Marsicovetere porta al Sacro Monte di Viggiano. Qui continuiamo a salire e iniziamo a fronteggiare il vento, prima di inoltrarci in una striscia di faggi, ecco i pullman dei caggianesi che, dopo aver offerto il loro cinto dalla Madonna, scendono in paese, ci salutano. Da ora in poi il percorso si fa più irto, ma questo è anche il tratto più bello di tutti i giorni del “Cammino”. Siamo sul Volturino e mano a mano che avanziamo fin dove arriva il nostro sguardo vediamo montagne, riconosciamo quelle da cui siamo venuti e quelle che ci “appartengono” (gli Alburni, il Cervati, il Sirino), il lato potentino e materano non riusciamo a tratteggiarlo bene. A “Campo Imperatore” la fatica del cammino trova ristoro negli occhi, nella magnificenza dei luoghi che abitiamo, attraversiamo, conosciamo e che vediamo ora dall’alto per esserne dominati. La strada s’inerpica, le pietre e l’erba formano un loggione su un grande spettacolo che nessuno riuscirà a riprodurre e che rischia di essere distrutto. La natura si mostra selvaggia, libera, indomita, come i cavalli e le mucche che qui pascolano incontrollati, padroni del mondo sotto un cielo che si fa scuro.
Ad un tratto, tra due rocce, si apre un varco, ecco la cappella sul Monte della Madonna Nera di Viggiano, la vediamo di spalle, lontani s’intravedono dei pellegrini. Il contrasto è fortissimo: da un lato gli animali e dall’altro gli uomini, da un lato la natura e dall’altro la cultura. Il pensiero va al mito di fondazione del culto e a cosa, nei secoli, la devozione ha prodotto su questo monte che domina le genti lucane.
Eccola la meta, il viaggio è compiuto.

Ci avviciniamo al santuario, come gli altri pellegrini non possiamo compiere i tre giri rituali intorno al luogo sacro a causa dei lavori di rifacimento della sacrestia che stanno andando avanti ormai da anni. Non entriamo subito a salutare Maria, prima di avvicinarsi all’icona occorre un momento di decompressione, ripensare la fatica e lo scopo del pellegrinaggio, ritornare a casa con la mente, riavvolgere il nastro del viaggio, sgranare sogni e bisogni. Negati i tre giri, cerchiamo la sistemazione per la notte, proviamo a rimediare al sudore e a coprirci dall’aria che si è raffreddata. Scende qualche goccia dal cielo, ciascuno di noi quattro entra in chiesa per conto suo.
L’avrò vista decine e decine di volte la Madonna di Viggiano, ma questa volta i sui occhi non mi sembrano “senza sguardo” (così la descrive Carlo Levi) ma specchio della sua potenza, alimentata dalle vesti d’oro e dalla sua presenza miracolosa. “Il cammino silenzioso” è ancora nei piedi e gli occhi si arrossano.

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La festa di settembre acquista un senso diverso, stavolta non sono venuto ad osservarla, ma ne faccio parte, sono uno dei pellegrini giunto qui, richiamato dalla potenza della Madonna Nera. Guardo gli altri salire, cantare, offrire il proprio cinto, pregare, piangere, salutare Maria, mangiare, festeggiare, tutto mi sembra familiare, anche perché nei comportamenti degli altri un po’ mi ci riconosco. La festa dei pellegrini è questa di settembre ed è così anche la mia di festa.
Racconto agli altri cosa succede in paese, la processione del quadro della Madonna, le bancarelle, la musica, l’arrivo della processione dell’indomani, gli amministratori lucani che accoglieranno la statua. Andrebbe urlato il motivo principale del nostro “Cammino”, soprattutto a chi siederà nelle prime file della messa in paese, ma non porterebbe a nulla.
Compiuti i chilometri che uniscono la cappella a Piano Bonocore, discesa e salita affollate di anziani, uomini, donne, giovani, bambini, carrozzine, ritorniamo dalla Madonna di Viggiano per consegnarle tre ampolle con l’acqua di contrada Vivo, Pergola e l’acqua che sgorga dalla fontana vicina al ricovero di primavera e estate della Madonna, inoltre, due pani impastati con grani antichi da Angelo Avagliano, il papà di Antonia.
Proviamo a dormire qualche ora nella sala del pellegrino con i camminatori partiti da Satriano di Lucania, uno degli altri gruppi che è giunto a piedi al Sacro Monte; con i quindici caggianesi e i devoti di Accettura, sono quattro le storie di nuovo pellegrinaggio quest’anno, con modalità di svolgimento e motivazioni diverse, tutte accomunate dal passaggio obbligato, per giungere dalla Madonna, presso un pozzo di petrolio o area mutata dalla petrolizzazione della Lucania. [1]
Il pellegrinaggio lucano contemporaneo muta, più che attraversare i campi [2] attraversa i pozzi, l’azione rituale che sposta le comunità, in tempi e modalità più o meno stabilite, fa i conti con la trasformazione, non solo fisica ma anche simbolica, delle proprie strade. Si va dalla Madonna Nera circondati dai segni visibili del petrolio.

All’alba di domenica 6 settembre, dopo una notte di veglia durante la quale abbiamo sconfitto il freddo con la musica e la compagnia dei ragazzi di Caggiano e di Pergola, accompagniamo la Madonna di Viggiano nel primo tratto di strada verso il paese, la folla che fa festa.
Noi ridiscendiamo a Barricelle a piedi, stanchi e carichi di cose da raccontare.

VIDEO

Alcune foto de “Il Cammino silenzioso” sono qui e qui.
Altri racconti del cammino di settembre: La terra dei viandanti smarriti, Una concisa e inevitabilmente noiosa premessa, Carmelo e la Lucania, Mefite violata.

[1] Altre interessanti modalità di cammino si sono svolte contemporaneamente o nei giorni successivi in Basilicata, la marcia “Aboliamo i confini” e “Lucania Walk in Progress” le più significative.
[2] Pellegrinaggio deriva dal latino peregrinus, da per (al di là/attraverso) + ager (i campi). Indica essenzialmente lo straniero (colui che è in viaggio verso un luogo sacro) che proviene da fuori le mura della propria città. Nel caso di pellegrinaggi in cui si ritrovano le “stesse” genti, come ad esempio Viggiano, l’etimologia potrebbe richiamare anche l’azione del muoversi attraverso i luoghi/campi del cammino. Nei giorni in cui si è svolto “Il Cammino silenzioso” migliaia di persone hanno attraversato a piedi i confini europei dirigendosi verso nuove case, nuovi luoghi sacri della loro sopravvivenza.

Le due feste dell’ultima domenica di agosto

L’ultima domenica di agosto due paesi vicini fanno festa.
E lo fanno in modo diverso.

A Caggiano, il cinto preparato i giorni precedenti, accompagnato dallo stendardo, dagli zampognari, dai membri della Procura e da chi si occuperà del trasporto del cinto stesso, dalle prime luci del giorno compie il suo giro per le vie del paese raccogliendo le offerte per il pellegrinaggio della prima domenica di settembre alla Madonna del Sacro Monte di Viggiano.
Anche quest’anno decine di uomini e donne con indosso una t-shirt gialla, che ne colora devozione e identità, preparano la propria salita al Monte, anzi, il pellegrinaggio di tutta Caggiano, da colei, la Madonna Nera, il cui culto fortissimo e saldo sembra influire su dinamiche, rapporti, alleanze dell’intera comunità.

A Salvitelle, dalla processione della mattina fino a quella della sera si festeggia il santo patrono, San Sebastiano, con messe cantate, processioni e due rituali che vedono impegnati i maschi del paese: la corsa a piedi nudi da Serra San Giacomo, il punto più alto del paese, di uomini di tutte le età che, vestiti di arancione, fanno a gara a chi arriva a baciare per primo la statua del santo custodita in chiesa e la lotta greco-romana, uno scontro con poche e semplici regole che vede in agone i corpi e mette in mostra la forza.

A Caggiano e Salvitelle un oggetto sacro (cinto/statua Madonna di Viggiano e statua di San Sebastiano) percorre gli spazi del paese che sono anche “riempiti” da gesti rituali accompagnati dalla musica, tutti i membri della comunità contribuiscono con le proprie offerte materiali e rituali (in cui il corpo è messo alla prova), sostengono e osservano un gruppo ben specifico che si rapporta direttamente con il sacro. Questi appaiono essere il nucleo del concetto di festa, a questo punto, quindi, le differenze tra le feste dei due paesi non stanno tanto nei colori delle magliette dei partecipanti principali, né nell’antichità o strutturazione del culto quanto nelle tipologie festive, nelle geometrie rituali della cellula-paese.
Se nel caso di Salvitelle ci troviamo di fronte alla festa patronale (più partecipata e strutturata ritualmente rispetto a quella del 20 gennaio, giorno di San Sebastiano), a Caggiano il giro festante per il paese può non sembrare una festa, ma il suo preludio, la sua preparazione e messa in piedi, la sua germinazione.
In paese è festa, nell’altro la festa è in fieri, a Salvitelle il cerchio si chiude per essere riaperto l’anno seguente, a Caggiano si sta formano un’ellisse che si chiuderà con il rientro dal pellegrinaggio della domenica successiva.
Perché i due eventi ricadano nello stesso giorno non lo sappiamo, così come non si conosce perché il pellegrinaggio a Viggiano dei salvitellesi non leghi buona parte della piccola comunità ma sia praticato dalle singole famiglie autonomamente, la cosa certa è che l’ultima domenica di agosto questi due paesi, legati da una strada (con qualche buca) che fende il confine lucano e da una rivalità che giace sotto la cera, risuonano a festa.

Il Cammino silenzioso, dalla supplica alla ricerca

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O “Maronna ri Viggiano” sana le nostre ferite, dacci coraggio e forza per superare le ipocrisie della politica e se puoi dai pure un calcio in culo a tutti quelli che vogliono assai male a questa terra.
Il 30 aprile partiremo a piedi da Atena, guidati dagli asini, alla volta del Sacro Monte di Viggiano dove, il 3 maggio, accoglieremo l’arrivo della Madre di tutte le genti lucane in cappella.
Oggi in vista delle prossime elezioni regionali tutte le forze politiche in Campania da destra a sinistra sembrano contrarie al petrolio nel Vallo di Diano, e ci segnalano le loro interrogazioni. Ma ormai abbiamo capito che sono poco credibili: tanto che ci resta solo la richiesta di grazia alla Madonna, Madre Protettrice di tutte le Genti Lucane.
Attraverseremo in silenzio e col cuore aperto monti e sorgenti. Faremo tappa anche in alcune delle grandi ferite putrescenti dei nostri santuari. Porteremo in dono i “cereali del futuro” e i fagioli di queste terre di passaggio appenniniche.
Semineremo lungo il percorso le nostre suppliche con la gioiosa speranza di poter e saper vivere un “nuovo” presente: “Maronna ri Viggiano”, proteggici! [1]

Queste parole sono di Ivan Di Palma di Asineria EquinOtium di Atena Lucana, l’ideatore  e organizzatore de Il Cammino silenzioso. Transizione e suppliche a passo di Ciuccio, un percorso a piedi tra Vallo di Diano e Val d’Agri.
Inserito nel No Triv Bike Tour della primavera 2015, “Il Cammino silenzioso” è però un atto di testimonianza e di resistenza simbolica autonomo, che lega al presente alcuni elementi fermi e fissi dell’antico pellegrinaggio verso il Sacro Monte di Viggiano per misurare coi passi la terra lucana che, minacciata da un’idea predatoria di sviluppo, non trova alleati negli amministratori locali ma riscopre, come in un nuovo mito di fondazione del culto, la sua protettrice.
Il tema della terra è centrale in questa storia perché Ivan, con la sua compagna, suo figlio, i suoi “cumpari” e amici, è difeso dalla terra che esso stesso prova a difendere.

Sradicarmi? La terra mi tiene
e la tempesta se viene
mi trova pronto.

Questi versi di Rocco Scotellaro rispondono alle domande dei due giorni in cui i forni di Atena Lucana diventano laboratori di comunità e genuinità, ma La Terra mi tiene è solo uno degli atti d’amore di Ivan, e di chi gli sta vicino, per la propria terra. [2]
Riunioni dei membri del Comitato, studio dei documenti, delle richieste, delle perizie, incontri istituzionali, nella lotta all’espandersi della macchia nera del petrolio oltre il sottilissimo confine che Ivan presidia la parte più importante delle azioni di difesa è dialogare, parlare, chiacchierare, informare, raccontare a chi, lucano o no, deve sapere cosa le compagnie petrolifere stanno producendo (non solamente) in Basilicata. Le parole, però, a volte non riescono a convincere, occorre un gesto forte ma al tempo stesso dolce, sparigliare le carte del dissenso e fare del proprio corpo e del proprio Spirito esempio (non è questa, poi, la resistenza?). Nasce così, e con altre decine di motivazioni, il Cammino silenzioso. Dal 30 aprile al 3 maggio non sono stati i valdianesi, ma Astrid e Viola, due giovani asine della sua azienda, io, che come lui mi considero lucano, Carlotta, che dalla Sicilia sta raccontando le energie della terra, e Miriam, che a Torino ha studiato i temi legati allo sviluppo, ad accompagnare Ivan, anzi, a fare di sei passi diversi un unico grande salto dal silenzio alla supplica, dall’attraversare i luoghi a proteggerli con lo sguardo e con il ricordo.

Non posso raccontare qui il Cammino della scorsa primavera, sarebbe riduttivo, per farlo occorrerebbero tante pagine quante le impronte lasciate lungo la strada, non è ancora il momento perché da quei giorni è partita l’esigenza di iniziare un nuovo percorso, o meglio, di completarlo.

Il 2 settembre dall’Asineria EquinOtium di Atena Lucana riparte “Il cammino silenzioso”, un pellegrinaggio a piedi con due giovani ciucciarelle di nome Astrid e Viola. Percorreremo i Monti della Maddalena, passando per strategici pozzi petroliferi della Val d’Agri, le fonti e i corsi d’acqua vitali, per riaccompagnare, domenica 6 settembre, a Viggiano, la Madonna delle Genti Lucane.
Dopo l’esperienza del maggio scorso, il ritorno sul Sacro Monte diventerà occasione per incontrare le genti che abitano la Lucania, farsi raccontare il proprio rapporto con i luoghi, leggerne negli occhi l’indole, il carattere, il loro “essere nel mondo” e così passo dopo passo riequilibrare il nostro di “essere nel mondo”.
Partire, raccogliere, tornare, come i pastori che ritrovarono l’effige d’oro della Madonna e che attraversano quei luoghi per nutrire i propri armenti. Dopo la salita della primavera, la discesa che segna la fine dell’estate, il Sacro Monte di Viggiano rappresenta il punto d’incontro tra la terra, i suoi cicli, i suoi frutti e l’eterno, il cielo che distrugge, fa crescere e protegge.
Fare e disfare il cammino, come si fa con i campi e con le coscienze, per rigenerare e rifiorire.
Un pellegrinaggio è anche ricerca, non solo dello Spirito del viandante, ma anche del senso profondo di chi abita i paesi e le montagne attraversate, diventare ospite vuol dire fermarsi ad ascoltare, attraversare vuol dire indagare ed essere indagato, così come camminare equivale a riflettere.
Il cammino silenzioso diventa così occasione per misurare coi passi dei ciucci la terra lucana, le storie, le rese, “le cose che così devono andare”. Camminare è un’azione a credito che trasforma continuamente l’uomo. Bisogna fidarsi, camminare e essere pronti a cambiare.
Accanto all’intento principale che è quello di vivere con emozione ogni singolo passo che ci avvicina al Sacro Monte, abbiamo anche la volontà di creare un’equipe interdisciplinare che, attraverso sguardi diversi, racconti il viaggio e i protagonisti degli incontri lungo la strada e i sentieri. Una ricerca sociale che è tale solo perché è essa stessa un “fatto sociale”, un salire e scendere i crinali delle comunità e dei singoli abitanti tinti dal nero della Madonna di Viggiano e del petrolio.
Un viaggio all’insegna del disincanto. Senza folclore e pose fotografiche stucchevoli cercheremo di imprimere nei nostri cuori i sentieri di montagna e le persone che la abitano con la fiducia e la convinzione che qui più che mai sono sperimentabili nuovi percorsi e nuovi e diversi “gradi di apertura al mondo”.
Il cammino è pieno di emozioni autentiche, ragion per cui è aperto a tutti tranne che agli artisti fricchettoni new age, ai paesologi, agli intellettuali della ruralità (gli ultimi in ordine di tempo arrivati) e ai diversi infiltrati fiancheggiatori dell’Eni presenti in queste nostre terre.
Numero massimo persone 6

Il Cammino silenzioso riparte e questa volta vuole raccontare le storie di chi la terra del petrolio e della Madonna Nera la calpesta ogni giorno.

[1] Un articolo giornalistico online e il video allegato raccontano più approfonditamente gli obiettivi de Il Cammino silenzioso. L’iniziativa, oltre al passaparola, è stata promossa tramite un evento appositamente creato su Facebook, purtroppo non più consultabile.

[2] Tra incontri, fuoco e farine, durante la quarta edizione de La Terra mi tiene, ho raccontato brevemente il rapporto tra il grano, la Madonna di Viggiano e il Vallo di Diano (ecco il ppt del mio intervento: Rito, Grano e Pellegrini).

Qui alcune foto del Cammino silenzioso di primavera.

Il pellegrinaggio dei Caggianesi (II PARTE)

La Madonna Nera è arrivata.
Trovando sulla strada nuovi pellegrini che le sono andati incontro, ha sostato sui poggi lungo il cammino, ha accolto suoni, preghiere, baci, mani, richieste d’intercessione.
Ad Alli, r’ Jumaredd, si prepara ad attraversare un torrente, ulteriore passaggio, fisico e simbolico, che la traghetterà a Viggiano, tra le sue genti lucane.
Ad aspettarla, ad accoglierla, qui, trova diverse comunità di pellegrini con i loro cinti e i loro stendardi. Ritrova il cinto di Caggiano, che fino a poco prima questo nuovo emozionante incontro era adagiato sul suo poggio. Ferma, rivolta verso Viggiano, riceve, dai Viggianesi, raggi dorati che decorano lo schienale del baldacchino in cui è assisa al trono, nuove ed antiche preghiere prima di ricominciare il cammino.

Da ora partono le catene, la staffetta devota di alcune comunità lucane che, per antichi e nuovi diritti, hanno l’onore di trasportare il simulacro della propria Regina a fasi alterne.
Dopo Viggiano, ecco Caggiano, poi Senise – Carbone e Tramutola, di nuovo Caggiano. Quando inizia il ponte Alli la vergine ritorna ai Viggianesi che la rendono di nuovo ai Caggianesi, lungo il ponte, Senise – Carbone e Marsico Nuovo, Corleto e Caggiano, Senise – Carbone, Tramutola, Marsico, poi Sant’Angelo Le Fratte. Il contendersi la Madonna Nera si sospenderà solamente quando i Caggianesi la poseranno sul penultimo poggio posto lungo il cammino verso Viggiano.

Tra canti, piccoli scontri verbali, applausi e, ad ogni passaggio fra comunità, gli “Onore a…!” ripetuti a voce alta per celebrare il ruolo e la forza dei paesi “contendenti”. Le catene sono soprattutto espressione della resistenza degli uomini ai quintali del simulacro, qualche donna vi prende parte direttamente (creando per questo momenti di tensione) o prendendosi per mano, scorrendo parallelamente ai portatori del proprio paese. Contemporaneamente i cinti ballano, creano coreografie e movimenti anticipando il passaggio della Madonna, sorretti dai devoti al suono di zampogne ed organetti.
Dopo la sosta al poggio, vegliata dai Caggianesi, la Vergine passa ancora sulle spalle forti dei suoi paesi devoti, continuano le catene, continua il contendersi, regolati dalla tradizione, la statua ad opera delle comunità, oggi distinguibili da magliette, pettorine e foulard di colori diversi.
Durante l’agone singoli fedeli provano ad avvicinarsi, qualcuno, non ostacolando i passaggi di spalla in spalla, per lunghi momenti tocca, sorregge l’antico simulacro, costruendo un rapporto diretto con la Vergine.

Alle porte del paese, Viggiano riprende in custodia la Madonna Nera (alternandosi a tratti con Caggiano), è il momento dell’ultimo poggio (vicino ad una casa), dei fuochi d’artificio, della banda musicale, delle forze dell’ordine in alta uniforme, della gente ai lati delle strada che, con le bancarelle, quasi impedisce il passaggio. In aria, le luminarie fanno faticare i Lagonegresi che, dall’alba, sorreggono due grosse bandiere a manifestare il proprio fervore durante l’intero tragitto. I dialetti e i silenzi si confondono, gli sguardi ed i gesti si distinguono, ogni devoto ha qualcosa da chiedere, manifesta il proprio stupore, la propria adesione alla festa. Centinaia e centinaia di devoti da tutta la Lucania hanno atteso per ore l’arrivo della Madonna, chi è qui dal giorno prima, chi è partito da casa all’alba, chi è arrivato da poco. Sono migliaia, hanno coperto il territorio di Viggiano di automobili e bisogni di servizi, sono venuti qui per salutare la Vergine e far festa, come ogni prima domenica di settembre.
I Caggianesi hanno continuato, lungo tutto il tragitto, a sorreggere col capo il cinto, a ballare, pregare, suonare, ad alternarsi con le altre genti lucane la propria Regina. Arrivano in piazza Papa Giovanni XXIII, dinanzi a tutti i vescovi della Regione, di un Sottosegretario del Governo nazionale, degli amministratori regionali, provinciali, locali, delle TV, sono accolti e riconosciuti come il gruppo di pellegrini più devoto.
Durante la messa in piazza c’è chi ne approfitta per ristorarsi, chi non perde di vista la Madonna e il cinto, il pellegrinaggio per i Caggianesi non è ancora finito.
La statua, preceduta dagli stendardi e dai cinti, dai vescovi e dalla musica delle zampogne e della banda, si avvia, da questo momento trasportata solo dai Viggianesi, tra un fiume di gente a bancarelle, verso il santuario. A seguire, a fare da contraltare, gli stendardi di Regione e province lucane, dei comuni, sorretti dalla polizia locale in alta uniforme, e la classe dirigente, politici con mogli, portaborse e fascia tricolore. Salutano i loro elettori e discutono, il potere in terra lucana è alle spalle della Madonna di Viggiano, in uno dei paesi nodali delle scelte politiche ed economiche dell’intera regione. Unico gonfalone extraregionale è quello del comune di Caggiano, così le tre torri dello stemma del paese sembrano confondersi alle tre torri dell’analogo stemma di Viggiano.

Salito il corso, presa la strada che porta al santuario, la Madonna incontra lungo il cammino che la riporta alla dimora dei mesi successivi la casa dei Caggianesi.
La squadra di zampognari, il cinto, Femmn ‘r centa, ‘mpunntur, portatori, la Procura, uomini e donne, giovani ed anziani, con le riconoscibili maglie gialle oppure no, eccoli, i Caggianesi, di fronte la propria casa viggianese, per il saluto più emozionante del pellegrinaggio: quello della Madonna Nera a Caggiano. Pochi secondi, tanto si ferma la statua di fronte a questa enclave devota, ma bastano a testimoniare tanto e, soprattutto, ad emozionare. Lacrime che superano la fatica del pellegrinaggio e donano un sentimento comune, un grazie alla propria Regina che guarda i visi rigati dal pianto, gli occhi arrossati dal ringraziamento dei discendenti di chi, forse, la riportò alla luce.

Il viaggio continua, pochi metri e si scorgerà il piazzale ai piedi del santuario dove la Madonna riceverà l’omaggio della gente della Lucania fino a sera, poi entrerà finalmente nella chiesa che ha scelto per dimora invernale.

 

Ora il sole batte forte ed alto, ultimo pranzo per i Caggianesi a Viggiano quest’anno e dopo, stanchi, l’ultimo atto di omaggio alla Madonna. I più giovani hanno smontato il cinto, la raggiera di cera è stata separata dal corpo in legno, parte delle candele saranno lasciate in dono, come vuole la regola degli ex voto, a chi si è chiesta la grazia. Una piccola processione dalla casa dei Caggianesi verso il santuario, sempre a suon di zampogne, prepara al saluto alla Vergine. I pellegrini di Caggiano non aspettano il turno in fila, ma possono oltrepassare le transenne ed avvicinarsi alla statua. Gli ultimi saluti per quest’anno, le ultime preghiere, gli ultimi sguardi, Caggiano si congeda dalla sua Madonna con i sospiri di ogni singolo pellegrino, che poi ripone le candele che conteneva in un pugno ai piedi del santuario.

Si prendono le cose da riportare e si chiude la porta della casa, tagliando la folla di pellegrini che mangia, compra e si dirige a salutare la Vergine, i Caggianesi procedono verso i pullman, quello che era il cinto ora appare nudo: assi di legno da cui penzolano nastri colorati, della base di cera resta integra solamente la parte anteriore, portato sempre sul capo. Ciascun pellegrino trasporta un borsone o uno zaino con ciò che non è stato consumato in questi giorni. Insieme, ritornano a Caggiano.

Ad aspettare i pullman nella piazza del paese decine e decine di caggianesi, chi è appena tornato da Viggiano, chi quest’anno non è riuscito ad andarci, gli uomini affacciati ai bar, le donne pronte per la messa. Arrivati i pellegrini, alle sette della sera del domenica 7 settembre, è festa. Si sale in processione verso la chiesa del Santissimo Redentore, chi è restato in paese chiede come sia andato il pellegrinaggio di quest’anno, il cinto spoglio passa ancora di capo in capo, ancora le zampogne risuonano, una scatola contiene decine di candele.
Dopo la messa, le candele che facevano parte del cinto entreranno nelle case di chi le prenderà lasciando un’offerta. L’ex voto che rappresentava la comunità, smembrato, diventerà il simulacro domestico di un legame centenario. È la comunità di Caggiano, il suo senso, a fondersi come la cera, ogni anno, i primi giorni di settembre.

Il pellegrinaggio dei Caggianesi (I PARTE)

L’appuntamento è nella piazza di Caggiano, alle 4 di notte di sabato 6 settembre.
È qui, al centro del paese, che arrivano alla spicciolata i pellegrini. Un gruppo di circa quindici persone che indossano la maglia gialla, colore simbolo della partecipazione dei Caggianesi al pellegrinaggio a Viggiano, si avvia verso la chiesa del Santissimo Redentore. Le zampogne e le ciaramelle accompagnano le donne (portatrici del cinto – femmn r’ centa – e dello stendardo) e gli uomini (membri della Procura e gli ‘mbunntur, coloro che reggono il cinto durante il passaggio da una portatrice all’altra) verso l’ex voto che rappresenterà il proprio paese alla festa della Regina delle genti lucane. Il portone è aperto dal di fuori, i suoni si zittiscono e, dopo un momento di raccoglimento, il cinto viene trasportato fuori dalla chiesa, dirigendosi verso la piazza. Qui sono arrivati due autobus e gli altri pellegrini che viaggeranno col cinto che, smontata la corona di candele ricurve, è caricato su un pullman, affianco al posto di guida. Nel bagagliaio valigie, zaini, borse con tutto ciò che servirà ai singoli e al gruppo nei due giorni di viaggio. In un furgoncino sono caricati il cibo, il vino e le borse restanti che contengono il necessario per affrontare le fatiche del pellegrinaggio. Saliti tutti i pellegrini sui pullman (i tanti giovani di quest’anno quasi tutti sul secondo automezzo), finito di caricare il furgone, si parte. I pellegrini verso il Sacro Monte, le scorte verso la casa dei Caggianesi.

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Sulla strada per Marsico Vetere, ai piedi del Monte, il viaggio fa una sosta. Scesi dai pullman, i Caggianesi si preparano a salire dalla Madonna. Si prega con la lutanìa, la messa in canto delle richieste di intercessione della Vergine. Agli appellativi della Madonna in italiano si risponde col latino «Ora pro nobis!», a guidare il canto è una donna aiutata a leggere dalla luce di uno smartphone, chi le sta attorno la segue, a volte il canto è sovrastato dai suoni della ciaramella e della zampogna di accompagnamento. Si fa colazione allo sbocciare dell’alba, dolci e caffè offerti a tutti, anche a chi è rimasto nei pullman. Il viaggio riprende, si attraversa Marsico e si sale alle spalle del Monte, dominando sempre di più la Val d’Agri ed addentrandosi nell’Appennino lucano. Le piste sciistiche sono solo uno degli elementi antropici del paesaggio legati ai nuovi sfruttamenti economici di queste vette. La pioggia accoglie i Caggianesi al Monte.

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Scesi a Piano Buonocore, i Caggianesi si preparano per il tratto a piedi che li condurrà alla dimora estiva della Madonna. Qui li aspetta Vittorio, il viggianese anima del canto della festa. Intanto i pellegrini autorganizzati degli altri paesi salgono e scendono. Ombrelli e kway contro la pioggia, sciarpe, cappelli e giubbotti contro il freddo dovuto all’altitudine e alla parziale assenza di sole, lo stendardo è protetto da un impermeabile, il cinto è posizionato su un piedistallo per rimontare le due staffe che ne permettono i passaggi, la squadra di Caggiano inizia a suonare. Si sale e la pioggia mano a mano si placa. Le curve del sentiero in pietra, le statue con le stazioni della Via Crucis, le statue del Cristo Redentore e di San Michele Arcangelo, la salita del Sacro Monte è vinta passo dopo passo. Caggiano sale il Monte portando i simboli della propria devozione. Pochi metri prima dell’arrivo, dopo aver dominato le comunità della Val d’Agri sospese tra il verde e il nero, i Caggianesi ricantano la lutanìa, quasi a voler far sentire alla Madonna Nera che stanno arrivando. Giunti nei pressi del santuario del Monte, aspettano la fine della messa per entrare. Il cinto non si adagia più sui capi, ma è posto ai piedi delle mura dell’edificio sacro che non si possono più perimetrare coi tre giri antiorari rituali a causa del cantiere alle spalle della cappella.

La salita

I Caggianesi entrano. Il cinto è sulla testa di Vittorio che lo avvicina in ginocchio alla sacra icona, i suoni, gli occhi pieni di emozione, i saluti, i baci, le preghiere rivolti a Lei. Arriva il sacerdote di Caggiano per la funzione della messa. «La Madonna deve guidare verso Colui che ha in braccio, il Figlio e il Padre.» Terminata la funzione, occorre lasciare la Madonna, scendere in paese lì dove le genti lucane stazionano. Il distacco momentaneo è intenso, un “arrivederci” metafora dei moti del pellegrinaggio, del vicino e del lontano dal sacro regolati dalla tradizione. Colei che ha offerto le candele che compongono il cinto esce camminando non perdendo con lo sguardo la Madonna, all’indietro, tra due file di pellegrini che salutano l’ex voto, insieme visivo e materiale di tante preghiere e suppliche.

La discesa a piedi fino a piano Buonocore ritrova gli stessi simboli della devozione caggianese, il peso del pellegrinaggio è sempre lo stesso, diviso dai membri della Procura e dai giovani del paese che a metà mattinata si avviano così verso Viggiano. Il percorso dei pullman è quello dell’andata. Arrivati in paese parcheggiano nel posto a loro riservato, è il primo in piazza Papa Giovanni XXIII, lì dove lo slargo permette di ricompattarsi per salire al santuario. A farsi strada tra le bancarelle, chi vende e chi compra, tra i cibi consumati, i souvenir per chi è rimasto a casa, i vestiti per l’autunno è il corteo processionale con i suoi elementi. La salita verso il cuore del paese significa anche salutare gli amici di Viggiano e delle altre comunità di pellegrinaggio. La porta della loro casa è aperta, pronta ad accoglierli. Davanti al portone con in rilievo la storia miracolosa della Madonna Nera, i Caggianesi sono accolti da un sacerdote che benedice il cinto e i pellegrini di Caggiano che all’interno, con il parroco del proprio paese, recitano ulteriori preghiere per sé e per chi di loro è rimasto a casa.

La casa

Per qualche ora i pellegrini non hanno obblighi o appuntamenti se non di soddisfare i propri bisogni, mangiare e riposare. Il gruppo di Caggiano si disperde nella festa, chi in giro per bancarelle, chi al ristorante, chi nei pullman, chi nella casa. I Caggianesi, i pellegrini dalla maglia gialla, si ritroveranno alle 18.00 alla chiesa di Sant’Antonio per accompagnare la salita al santuario di un quadro riproducente la Madonna di Viggiano trainato da due buoi. Questa è la “processione dei pellegrini”, rivoluta da qualche anno dal rettore del santuario. Pochi chilometri nel centro urbano in cui i gruppi organizzati si riuniscono. Senza il cinto custodito nel santuario, a rappresentare Caggiano ci sono le zampogne e lo stendardo. I Caggianesi hanno l’onore di trasportare il baldacchino processionale che segue il quadro e ne segna la sacralità. La processione è seguita in diretta da una tv locale, all’appuntamento religioso ritrovato in paese segue la messa, intanto la cappella sul Monte continua ad essere la meta incessante di gruppi di pellegrini e il luogo di continue funzioni liturgiche. Le ore serali in paese sono la punta dell’elemento ludico del pellegrinaggio, le preghiere fanno posto alle tarantelle zittite a loro volta dal concerto di Ambrogio Sparagna.

Processione dei pellegrini

Intanto è arrivata domenica 7 settembre. La veglia della notte vive la stessa dicotomia, in paese a far festa per poi riposare in pullman, tenda, auto; sul Monte a pregare, dialogare col canto e la resistenza alla stanchezza e al freddo con la Madonna. Anche il gruppo dei Caggianesi si sfalda, c’è chi sale e chi resta in paese. Chi ha il compito di accompagnare i primi passi della Madonna del Sacro Monte e chi quello di avvicinarle il cinto più bello e pesante senza il quale, da tradizione, il cammino della discesa sarebbe arduo, se non impossibile.

La veglia

Sul Monte sono saliti due dei tre membri della Procura, i portatori con le pettorine gialle, tanti giovani caggianesi, la zampogna e la ciaramella. Dopo la santa messa in diretta tv dalla cappella, appena il sole si affaccia dalle montagne ad est diradando la nebbia fitta e il vento forte, la statua esce e si affaccia sulla Valle. Qualche metro dopo l’uscita dodici caggianesi hanno il diritto di trasportarla per pochi secondi, intanto le zampogne di Caggiano si alternano ad altri strumenti e al silenzio dell’alba. Le curve a malapena contengono le staffe che sostengono il simulacro, il fiume di persone che accompagna la Madonna fino a piano Buonocore è impetuoso ed impiega pochi minuti per placarsi nel pianoro. Dopo i saluti di chi incontra ora la Madonna i Caggianesi hanno di nuovo il diritto a trasportare la statua per qualche metro.

La discesa

Intanto, alle sei e mezza, dal santuario è partito un altro corteo. Femmn ‘r centa, ‘mpunntur, la squadra con zampogna, ciaramella e cocchia, lo stendardo e il terzo membro della Procura accompagnano e sostengono il cinto fino al primo poggio al di là del torrente Alli. Qui la maggior parte delle compagnie di pellegrini aspetterà l’arrivo della Madonna mangiando e dissetandosi.

Verso Alli

Caggiano, le offerte per il pellegrinaggio

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A Caggiano l’ultima domenica di agosto ci si prepara al pellegrinaggio verso la Madonna del Sacro Monte. Zampogna, ciaramella e doppia ciaramella, lo stendardo, il cinto, le maglie gialle dei membri della Procura, tutti i simboli della presenza caggianese a Viggiano compongono il segnale sonoro e visivo del passaggio in processione per le vie del paese di un corteo che raccoglie le libere offerte della comunità, questo ensemble sacro converte la devozione in donazioni materiali a sostentamento delle spese del cammino verso il Sacro Monte. A partire, a rappresentare ed onorare il proprio paese di fronte alla Regina delle genti lucane così saranno, attraverso il proprio contributo, anche coloro che resteranno in paese.

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Chi partecipa ed organizza il pellegrinaggio – occupandosi del cinto (dal dono delle candele alla sua costruzione e decorazione), conducendo la macchina votiva in cera sul capo tra le strade di Caggiano e il percorso processionale della festa di settembre, accompagnando il cinto con i propri strumenti tradizionali a ritmo di marcia o con canti devozionali, definendo gli altri elementi organizzativi e logistici – aspetta, nei locali sottostanti la chiesa del Santissimo Redentore, l’inizio della messa delle 8.00. Qui è stato riposto il cinto di quest’anno che, appena tutto è pronto, è portato sul sagrato. All’ingresso della chiesa principale del paese il sacerdote benedice il manufatto di candele che, anticipato dallo stendardo, è accompagnato dalle zampogne affianco ad una statua lignea della Madonna del Sacro Monte posta a lato dell’altare.

L'arrivo sul sagrato

Durante la messa una coppia di sposi rinnova la promessa matrimoniale a distanza di cinquant’anni dalla prima, è la sposa, che dopo aver condotto con la propria maglia gialla l’entrata in chiesa dell’ex voto indossa il vestito della festa, tanto devota alla Madonna di Viggiano, ad aver donato le candele per il cinto di quest’anno.

Che questa delle 8.00 sia la messa di preparazione al pellegrinaggio è ribadito più volte dal prete nel corso della funzione, la predica si conclude con l’appello ad abbandonare divisioni all’interno della comunità cristiana del paese e l’invito a farsi guidare verso Dio e l’unità dalla Madonna del Sacro Monte. La messa termina col canto tradizionale per la Madonna di Viggiano suonato dall’organo, a questo momento l’anziano sacerdote non partecipa.

Chi accompagnerà il cinto in processione compie una breve pausa di ristoro nel locale sotto la chiesa, con panini, bibite e caffè ci si prepara alle fatiche delle prossime tre ore: sotto l’ultimo sole di agosto si farà a turno per il trasporto sul capo del cinto, i musicisti suoneranno ininterrottamente, i membri della Procura chiederanno offerte.

Si ritorna in chiesa, il cinto esce dal portone anticipato dalle zampogne e dallo stendardo, sembra quasi che le misure canoniche di questa costruzione in cera siano state regolate dalla larghezza degli stipiti della porta.

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Inizia così il corteo processionale che il paese sta aspettando.

L’ordine del corteo processionale vede per primo lo stendardo, poi i suonatori di zampogna, ciaramella e doppia ciaramella, il cinto e i sui portatori, nel corso della mattinata non sarà fisso, soprattutto durante il passaggio nel centro storico. Il percorso è quello stabilito dalla tradizione, si toccherà praticamente l’intero centro urbano, lambendone i confini, trafiggendone le arterie, alternando strade e vicoli, scale e discese. Leggere la toponomastica del paese col doppio registro degli indirizzi e dei nomi e soprannomi di chi quelle strade le abita vuol dire intuire da un lato la storia di Caggiano (dai santi bizantini, agli eroi della Repubblica Partenopea, dai paladini dei diritti civili alle origini romane) dall’altro i rapporti dei membri della Procura con i gruppi familiari o i singoli e il grado di partecipazione di quest’ultimi al culto della Madonna. 

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Ognuno partecipa come può e sente.

C’è chi non apre al suono del campanello e chi aspetta sul balcone con il grembiule dei servizi di casa, chi ha lasciato la porta socchiusa e chi dona direttamente in piazza col vestito buono, chi non riesce a fare la sua offerta stamattina lo farà nei prossimi giorni. Alle monete e alle banconote che volano, che sono strette nei pugni, cacciate dai portafogli o dalle tasche si ricambia con il santino della “Madonna del Sacro Monte di Viggiano – Patrona e Regina della Lucania – Venerata in Caggiano”. Sono quattro i “panari”, i cesti che accolgono le offerte, tutti in mano ad uomini che spesso collaborano a gruppi di due, che in tre ore girano per tutto il paese e che in un secondo tempo andranno nelle frazioni di campagna.

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Il clima è quello della festa, non solo per i profumi del pranzo della domenica che esce dalle case, ma perché la partecipazione degli abitanti di Caggiano è alta, condivisa, il cammino, ad esempio – è ristorato da quattro soste presso case di privati che offrono qualche minuto di riposo, bevande fresche, dolci, caramelle e rustici, qui il cinto è posto su un tavolino con una tovaglia bianca, non toccherà mai terra.

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Una piccola riproduzione della statua venerata a Viggiano è incastonata alla base del cinto, in tanti, quasi tutti coloro che la incrociano, le rivolgono un saluto, un bacio o un segno di croce, nonostante l’assenza di un sacerdote, il cammino processionale assume i tratti del passaggio di una presenza degna di devozione. La statuetta è posta in una nicchia rossa illuminata da luci verdi con sopra la scritta “Caggiano”, questa sorta di altarino è un quadrato composto da candele dipinte che, con dei ceri agli angoli, ricorda una costruzione; la base sostiene una raggiera con doppia fila di candele, al centro della parte anteriore è posto un cerchio composto da tre colori (bianco, oro ed azzurro) che contiene le scritte “Caggiano – Sa” e “JHS”, in quella posteriore un cerchio dorato ed azzurro; una corona di candele incurvate, decorate con nastri e fiori di plastica, sovrasta il cinto, da qui partono quattro nastri colorati (rosso, rosa, blu e bianco) fermati con delle coccarde verdi e tricolori a due ceri per lato. La forma di questa macchina devozionale è rimasta pressoché intatta negli anni, a variare minimamente sono state solamente le decorazioni.

Il materiale che decora l’ossatura in legno a sostegno del tutto (la cera), tanto prezioso quanto reperibile, a dispetto della mole del manufatto, è fragile ed, allo stesso tempo, riplasmabile. Il cinto, così, costruito e distrutto ogni anno o leggermente rovinato dall’attraversamento dei vicoli stretti del centro storico (divenuto, a tratti, cantiere permanente di lavori di messa in sicurezza), ritorna presto integro e rinasce uguale a se stesso in maniera ciclica.

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Il passaggio nel centro antico di Caggiano è sicuramente il momento in cui l’attenzione dei membri della Procura è messa più a dura prova.  Nonostante gli archi, i fili della corrente, i ponteggi, le piante che pendono dalle abitazioni i cui portoni non si aprono da tempo rendano quasi impossibile attraversare i vicoli con il manufatto sul capo, i caggianesi fanno in modo che solo per i passaggi necessari il cinto venga trasportato da più persone, deve essere portato sul capo da uno e guidato dagli altri. È il corpo devoto, quindi, a sostenere il peso della grazia, a sacralizzare lo spazio antropizzato col suo passaggio, a compiere inchini di fronte alle chiese aperte, a danzare in piazza, a girarsi per permettere agli anziani di omaggiare il cinto che non solo contiene, ma diventa egli stesso, elemento sacro. Allo stesso tempo, l’ex voto di cera è il simbolo fatto oggetto del un rapporto commutabile tra i credenti e la Madonna, delle grazie che i caggianesi implorano attraverso di esso. Il cinto di Caggiano, però, rappresenta anche Caggiano, non perché ne riproduca i monumenti o gli elementi legati alla sua storia, ma perché ne racchiude i credenti, è uno dei simboli identitari che la comunità presenta in uno dei momenti di rifondazione della comunità stessa, il pellegrinaggio a Viggiano di cui oggi si celebra ritualmente l’inizio. I comportamenti osservati al suo passaggio demarcano, in alcuni casi, l’appartenenza stessa alla comunità. Oltre alle offerte, ai saluti, ai segni di croce, alle fotografie, agli applausi, alle richieste di poter portare il cinto per qualche metro, c’è l’indifferenza dei pochi che il legame con la Madonna l’hanno sfilacciato o mai avuto, la nostalgia degli emigrati, la curiosità degli immigrati o dei richiedenti asilo verso questa rappresentazione della comunità che li ospita.  

Il giro per il paese termina intorno alle 13.00, la tappa conclusiva è il punto di partenza, la chiesa del Santissimo Redentore rimasta aperta per accogliere lo stendardo, i suoni delle zampogne, il cinto. Dopo alcuni minuti di raccoglimento, questo momento importante per la preparazione del pellegrinaggio termina, si ripartirà da qui, la notte di sabato alla volta del Sacro Monte.

 

Altre foto della mattinata scattate da Mario Scelza sono visibili qui.

La festa del Giro

Oggi Viggiano è stato il traguardo della quinta tappa del Giro d’Italia 2014; vinta dall’italiano Diego Ulissi, è stata l’occasione per l’intera Val d’Agri di presentarsi al grande pubblico, non solo quello sportivo.

Il percorso di 203 km è partito da Taranto ed ha attraversato tre province (Taranto, Matera e Potenza), toccando numerosi centri della Basilicata ionica e della Val d’Agri. L’oleodotto che pompa nelle raffinerie pugliesi il nero petrolio lucano e che unisce i due centri nevralgici per l’energia italiana sembra essere passato inosservato, il tratto Taranto-Viggiano è diventato così, per un giorno, un fiume di biciclette e colori. L’eroe del ciclismo lucano – che tutte le persone accorse a Viggiano speravano vincitore e che, invece, è giunto nono – Domenico Pozzovivo (di Montalbano Ionico), è salutato con un cartello con su scritto: “Domenico Pozzovivo – il nostro giacimento lucano”. Il petrolio rimane quindi un elemento incancellabile dall’immaginario collettivo locale, anche quando il territorio si trasforma in vetrina.

Le dirette radiofoniche e televisive raccontano della verde Basilicata, paragonandola all’Irlanda in cui si sono corse le prime tre tappe del Giro di quest’anno, presentandone un’immagine da cartolina: borghi, bellezze naturalistiche, tradizioni. Viggiano è il paese dell’arpa, altro elemento richiamato alla tradizione irlandese, ma invece di simboleggiare la dolcezza oggi rappresenta un percorso duro, tra salite e discese che la pioggia e il vento forte hanno reso pericolose.

Andare a Viggiano oggi non vuol dire osservare solamente la rappresentazione che i media locali e nazionali hanno tratteggiato della Basilicata e della “Città di Maria e della musica”, ma anche l’autonarrazione della classe politica locale e regionale e dei paesi attraversati dalla carovana a due ruote: prova di forza mediatica, banco di prova per interventi straordinari di manutenzione delle strade attraversate dai team di tutto il mondo per ciò che riguarda gli amministratori, ma anche eventi di corredo che hanno coinvolto Viggiano e i paesi del circondario, cartelli che salutano il Giro, decorazioni e sponsor in bella vista.

Allo stesso tempo, ho potuto osservare come alcuni spazi del paese e della festa abbiano mutato ruoli e funzioni. Se piazza Papa Giovanni, piena di tir e camion delle produzioni radiofoniche, giornalistiche e televisive, è diventata il centro nevralgico di tutte le voci, le parole e le immagini che hanno raccontato il Giro, il corso è diventato “fiera” degli sponsor che regalavano gadget e prodotti da provare. Il confronto con la fiera dei giorni della festa che provo a studiare è inevitabile, questa volta non ci sono i pellegrini che acquistano beni di consumo e icone mariane a riempire la salita, ma futuri acquirenti da affezionare ad un prodotto (materiale come i biscotti, la birra o il thè, immateriale come la banca o la stazione radio) che non ha un ruolo specifico per chi è giunto qui, ma è il pilastro della macchina organizzativa e spettacolare dell’evento.

Il confronto tra la festa religiosa della Madonna Nera del Sacro Monte e quella sportiva e mediatica del Giro d’Italia è applicabile anche ad altri numerosi elementi; quello che risalta immediatamente allo sguardo è la modalità di partecipazione dei viggianesi e dei pochi tifosi e molti curiosi dei paesi del circondario ed anche dal salernitano arrivati superando gli ostacoli che la sicurezza del percorso imponeva, di chi ha deciso di sfidare le incerte condizioni meteorologiche, per assistere a questo evento irripetibile.

A regolare la modalità di partecipazione all’evento è, a tratti, la musica, non quella tradizionale, ma internazionale (dance, reggae, rock) gestita da speaker che alternano a piccoli momenti di coinvolgimento del pubblico informazioni circa l’evolversi della gara; partecipare, quindi, vuol dire essere spettatore di uno show di forza e sport che attraversa la propria terra, diretto da altri che guidano e raccontano gli avvenimenti. Urla, battiti di mani, fotografie, saluti alle telecamere, bandierine degli sponsor da agitare fanno parte di un copione riscontrabile a tratti anche in altre occasioni festive. L’evento, in questo caso, però appare sempre uguale a se stesso, fornito di una propria ritualità. Nonostante le formule retoriche delle voci diffuse dalle casse a celebrare Viggiano, il luogo diventa importante solamente in quanto punto geografico a cui giungere attraversando altri punti geografici, l’avvenimento non coinvolge chi quei luoghi li abita, ma gli riserva un posto per godere dello spettacolo organizzato altrove. Il pubblico c’è, ma è come se assistesse alla diretta televisiva, con l’unica differenza di qualche gadget da mostrare per qualche giorno e, soprattutto, del ricordo da riserbare*.

Visto così, il pomeriggio in cui Viggiano è stata al centro delle cronache sportive italiane e non solo, potrebbe sembrare un evento artificiale, in realtà la costruzione simbolica dell’evento, nonché le pratiche organizzative, economiche e identitarie che questo ha innescato fanno della tappa del Giro un avvenimento che ne racconta altri, un fatto sociale che potrebbe permettere di comprendere se un altro fatto sociale, il pellegrinaggio al Sacro Monte, sia, per i viggianesi e altre comunità lucane, “totale”.

* Discorso a parte meriterebbero i cicloamatori arrivati a bordo delle proprie bici e gli appassionati di ciclismo lì per stare vicino ai propri idoli.

A Maggio la Madonna è dei Viggianesi

Arrivo a Viggiano all’alba.

Abituato alla folla della festa di settembre, mi meraviglio del silenzio e della possibilità di arrivare con l’auto fino alla cappella di San Sebastiano dove la statua della Madonna è stata vegliata per tutta la notte con canti e litanie, traslata la sera prima dal santuario distante solo pochi metri.

La casa dei Caggianesi è chiusa, i pellegrini arrivati qui da altri paesi non sono molti, distinguibili, a tratti, dall’accento diverso da quello viggianese o, nel caso del numero comunque nutrito di quelli provenienti da Caggiano, dalle maglie gialle e dall’aggregazione allo stendardo.
Questa di maggio è la festa dei viggianesi.

Una ventina di donne pregano e parlottano sedute ai due lati della Madonna, poi i devoti arrivano alla spicciolata per salutarla e rivolgerle preghiere e suppliche; nel giro di mezz’ora lo spazio antistante la cappella di San Sebastiano si riempie di gente, fino a quando, intorno alle 7.00, giungono processionalmente don Paolo – il rettore – e coloro che hanno assistito alla messa mattutina al santuario.

È arrivato il momento per la Madonna di ritornare al suo Monte, luogo in cui fu ritrovata e dove, desiderio attestato da una lunga serie di prodigi, vuole dimorare da maggio a settembre.

La statua esce dalla cappella, la banda suona a festa, quattro cinti le rendono omaggio, applausi, preghiere e l’abilità di un devoto che gioca funambolicamente con un lungo e pesante stendardo.

Il corteo processionale parte.

Gli uomini di Viggiano sono divisi in squadre di tre, simili per altezza, quattro gruppi per volta sosterranno le staffe della statua, i portatori si riconoscono soprattutto perché indossano delle maglie blu, hanno età diverse e gravitano attorno al simulacro aspettando il proprio turno.

Affronterà il viaggio fino alla cima del Sacro Monte un gruppo variegato di donne e uomini: giovani, adulti, anziani, qualche bambino. Scarpe comode, k-way, ombrelli negli zaini, si spera che le condizioni atmosferiche reggano e che la pioggia, a differenza dei giorni precedenti, non ostacoli il già ostico percorso.

A metà del corso salutano Maria i fuochi pirotecnici e una pioggia di cenere, ma i botti silenziano le zampogne, le preghiere, le chiacchiere e la banda solo per alcuni minuti.

A piazza Papa Giovanni XXIII la prima sosta, ne seguiranno in prossimità del centro abitato altre due, la prima ad un poggio, la seconda di fronte ad una casa, in entrambe fiori, dolci, caffè e bevande per chi accompagnerà la Madonna fino in cima.

La salita è priva di alcuni elementi che contraddistinguono la discesa.

Non sono presenti cinti legati alle comunità dei pellegrini degli altri paesi, ma tre costruiti e trasportati da Vittorio – viggianese, guida delle esecuzioni dei canti durante veglie e processioni – con la collaborazione di alcuni suoi amici e quello di un devoto che omaggia la Madonna per una grazia ricevuta. La disposizione degli elementi devozionali (cinti e stendardi) non segue, dunque, le regole di settembre, la Madonna sale al Monte anche senza essere anticipata dal cinto di Caggiano, a sua volta anteceduto da quello di Polla e così continuando secondo la geografia del fervore leggibile il giorno della festa dei pellegrini; il corteo processionale sembra non avere un ordine fisso, ma disegnato, volta per volta, dalla stanchezza e dalla strada che fanno sostare, arretrare o andare avanti un elemento al posto dell’altro.

Le difficoltà fisiche maggiori nella salita, il numero ristretto dei musicisti e dei cinti, non permettono molte occasioni di ballo, i suoni delle zampogne e ciaramelle però continuano a segnare i momenti più importanti della mattinata.

Prevale il discorso come elemento di accompagnamento al viaggio: amici, parenti, conoscenti e sconosciuti parlano tra di loro, ridono, raccontano, criticano, descrivono, si lamentano e s’incoraggiano. Il fiume di viggianesi che sale al Monte più che pregare, si racconta.
I momenti di preghiera e riflessione sono legati ai poggi in pietra e alle pause, tappe dove si aggiungono altri devoti arrivati successivamente in auto, il resto del viaggio è un discorso collettivo. I portatori, ad esempio, scherzano, si aggiudicano birre pagate una volta arrivati a Piana Bonocore, commentano la resistenza fisica propria e degli altri, ridono della posizione equivoca del trasporto e dei loro corpi costretti ad avvicinarsi, ma sono sempre attenti all’ordine dei turni, a salvaguardare dagli eventuali intoppi questa sorta di prova di forza della comunità a cui appartengono.
Tra le tematiche dei discorsi, molte legate alla quotidianità, quest’anno sono entrate anche le elezioni comunali ed europee, l’imminente arrivo, proprio a Viggiano, del Giro d’Italia, i lavori di sistemazione del manto stradale con nuove lingue di nero asfalto.

Al poggio di Alli, il terzo della salita, non c’è traccia dei raggi di sole anteposti alla struttura lignea che custodisce la statua, la simbologia di questo elemento decorativo non rientra nel rituale del ritorno della Vergine al Monte.

Poco prima di giungere a questa sosta, sostituiscono due portatori nel trasporto della Madonna col Bambino il rettore del santuario e un suo collaboratore, i parrocchiani, dopo un primo momento di stupore, ne gioiscono. Un segno di condivisione della fatica che è atto molto significativo in cui probabilmente soggiacciono una serie di questioni.

Al quarto poggio c’è un furgoncino del santuario a rifocillare di acqua e bevande i fedeli, alle brevi soste le auto e qualche pullman approfittano per anticipare la processione.

Al sesto poggio il percorso abbandona la strada asfaltata per addentrarsi nell’antico sentiero che accorcia la distanza con Piano Bonocore, lì dove il programma prevede una messa. Prati di margherite, pareti rocciose, curve rese pericolose dalla terra bagnata dalla pioggia – che sembra aver risparmiato i fedeli – rendono ancora più ardua la prova dei portatori, gli “Evviva Maria!” e gli applausi aumentano di pari passo all’acuirsi della fatica.

A Piana Bonocore la Madonna ritrova le marcette della banda e gli altoparlanti da cui è trasmessa la voce di don Paolo; tanti sono i fedeli arrivati direttamente qui. Sono arrivati anche i due ragazzi di Caggiano che hanno percorso la strada dal proprio paese a qui a piedi, seguendo l’antica strada del pellegrinaggio.

Durante la messa la maggior parte di coloro che hanno affrontato l’intero percorso a piedi riposano, mangiando un panino o bevendo una birra comprati ad uno dei furgoni degli ambulanti che sovrastano il luogo dove si sta dicendo messa. La processione smembrata si ricompatterà per l’ultimo tratto, il sentiero in lastre di pietra che anticipa l’arrivo al santuario della Madonna del Sacro Monte di Viggiano.

L’intero tragitto è avvolto nella nebbia, negli ultimi tre chilometri che separano la Madonna dalla residenza dei prossimi mesi l’oro della statua e i colori dei cinti sono come opacizzati da questo velo di umidità. La stanchezza smorza i discorsi.

Arrivati nel piccolo piazzale antistante la cappella estiva, i fedeli si fermano, ad entrare è la statua, che compie un giro su se stessa per entrare guardando negli occhi i fedeli. Risuonano le zampogne, agli applausi segue una pioggia finissima che obbliga chi è restato fuori dalla cappella a coprirsi meglio, chi aspetta di entrare a salutare la statua prima di ritornarsene a casa, chi invano vuole compiere i tre giri antiorari intorno alla cappella, impediti dal cantiere aperto.
A sei ore dalla partenza, intervallate dalle soste e dalla messa, dopo essere stata sostenuta ed accompagnata per circa tredici chilometri, la Madonna di Viggiano è ritornata al Monte, al luogo dov’è stata ritrovata, a 1725 metri s.l.m.

Chi l’aveva accompagnata dal paese al santuario lascia la Madonna, arrivati alla Piana, terminato il sentiero, si organizza con chi è salito in auto per scendere a valle, per riprendersi dalla stanchezza e ritornare alla quotidianità.

Io scendo a piedi, così provo a riavvolgere il nastro, a ritrovare le orme di chi è salito, ad immaginare cos’abbia raccontato alla propria patrona.

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