Il Cammino silenzioso, il racconto della festa di settembre

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Raccontare “Il cammino silenzioso” è impresa ardua.
Più difficile dei cento chilometri a piedi, del caldo dell’asfalto e del freddo della veglia sul Sacro Monte, del peso sulle spalle e nel cuore, delle scalate o delle discese impervie, il ritorno non riesce a mettere in fila, uno dopo l’altro, i passi e le parole.
Troppo veloce è il ritorno, il cammino invece ha il ritmo intelligente di Astrid e Viola, le due asine che hanno sopportato il peso di ciò che io, Ivan, Vincenzo e Dario ritenevamo utile fino a poco prima dell’ultima salita.
Forse sono i silenzi e i ricordi che raccontano meglio questi cinque giorni di resistenza.
Sì, «Camminare, che appare anacronistico nel mondo contemporaneo (…), è un atto di resistenza» come scrive David Le Breton nelle prime pagine di Camminare. Elogio dei sentieri e della lentezza, è la resistenza dei corpi in cammino, che nutre menti e sguardi, a imprimere senso al viaggio.
“Il cammino silenzioso” di settembre oltre ad essere un atto di resistenza, però vuole raccontare i luoghi attraversati, le persone incontrate, le storie incrociate nella Lucania “nera” che si apprestava a festeggiare la sua protettrice.
Ecco, raccontare è impresa ardua perché è lo scopo del mio cammino, non solo di questo (alla fine del quale abbiamo accompagnato la Madonna di Viggiano verso il paese, dopo averla accolta a maggio sul Monte) ma anche di quelli che verranno. Lo scopo più dirompente, quello meno intimo, l’urgenza che nutre la resistenza è il racconto, ci provo con questo piccolo resoconto, con le suggestioni che devono essere ancora setacciate dalle riflessioni, dalle immagini, dalle testimonianze.

Con Ivan, Vincenzo e Dario siamo partiti mercoledì 2 settembre dall’Asineria EquinOtium di Atena Lucana alle prime ore del giorno, stavolta il carico di Astrid e Viola era più pesante, c’erano tende, sacchi a pelo, lo zaino del quinto compagno di viaggio, Antonia, di dodici anni e curiosa del mondo. Da contrada Arnici, percorrendo la strada con i rami degli alberi amputati per permettere il passaggio delle pale eoliche da impiantare a monte nel comune di Brienza, siamo arrivati subito in Basilicata, in contrada Pozzi. Centinaia di pannelli fotovoltaici riflettevano il sole che nel frattempo si era alzato. Resteranno lì per trent’anni, cambieranno le pecore che vi pascolano in mezzo, cambieremo noi che li attraversiamo, cambierà la modalità di ricavare energia dal sole. Mentre loro resteranno lì, uomini e animali se ne andranno. Queste lastre entreranno a far parte del paesaggio, non ne saranno più un corpo estraneo, ne diventeranno elemento, come la grande cava che ci apre la salita verso un bosco magnifico. Prima di questo bosco, tra campi coltivati e il puntello del passaggio mitico di Annibale, ecco la “Postazione sonda Gargaruso 1”, lì dove le trivelle sono scese per chilometri l’ENI ha costruito un “Centro ricreativo per attività sportive” (abbandonato), lì dove i fanghi d’estrazione non si sa che fine abbiano fatto si coltivano patate. Il pozzo resta anche quando è improduttivo riempito da chissà cosa, quei campi rimangono produttivi per i proprietari che, interrogati a riguardo, ammettono che la zona probabilmente non è del tutto bonificata. Gargaruso 1 è entrato ormai nel paesaggio culturale, lì attorno si continuerà a coltivare nonostante il rischio di ammalarsi con i frutti della propria terra.
Entriamo in una maestosa faggeta, qui pranziamo in località Lago, una conca con al centro un pozzo, per attingere acqua e abbeverare gli armenti. Il tempo di riposare, di avere un lieve calo di pressione e si riparte.
Ritorniamo in Campania, percorrendo i sentieri dei Monti della Maddalena, dopo essere entrati nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano arriviamo in quello del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Attraversiamo la Foresta Cuponi, territorio demaniale che ogni tanto ci concede una magnifica vista dei paesi del Vallo, il Santuario di San Michele di Sala Consilina visto di spalle, le orme degli animali selvatici lungo il sentiero che lo scorso maggio era ricoperto dall’acqua piovana. Il silenzio, interrotto a volte dalle piccole grandi scoperte di Antonia e dai giochi musicali di Vincenzo, accompagna lo stupore di chi, come Dario e lo stesso Vincenzo, sta vivendo per la prima volta l’essenza del “Cammino”. Io osservo come in pochi mesi i luoghi sono mutati e come sia mutato anche il mio modo di perdermi in essi. Al posto dei fiori ora ci sono i frutti, funghi, pere, mele, prugne selvatiche nutrite dall’acqua che sotto i nostri piedi nasce copiosa e che fa bere i paesi dei due versanti. I Monti della Maddalena sono montagne d’acqua, un santuario di vita che genera e rigenera. Questa acqua è benzina per centinaia di migliaia di motori: alberi, rovi, fontane, fiori, campi, case, imprese artigiane, allevamenti, vite che si dissetano. E lo capisco meglio passandoci nella stagione dell’arsura perché ritornare sui propri passi apre le porte a nuovi modi di comprendere il mondo.
Quando la stanchezza sta per avere la meglio l’arrivo si fa più vicino, un’eterna mezz’ora che giunti a casa di Ivan Bruno e della sua famiglia sembra essere niente. L’ospitalità che riceviamo è degna di quella cantata nei poemi omerici, la mensa ci apre a riflettere su cosa mangiamo quotidianamente. In contrada Vivo, sopra Sala, le piante sono interrogate, diventano saponi e medicamenti, in laboratorio e a tavola. Depurati da una cena macrobiotica, siamo interrogati anche noi, quali sono le ragioni del nostro cammino? Ognuno ha motivi diversi, detti e non detti, che s’incastrano e compongono il viaggio, la stessa meta per scopi complementari, da raggiungere insieme.

Dopo aver riposato le gambe, alla partenza della prima mattina del 3 settembre Antonia ci saluta. Riprendiamo “Il cammino silenzioso” rifornendoci dell’acqua per le ore successive, mettendone da parte un po’ da donare alla Madonna, per dissetare l’arsura delle nostre richieste. Risaliamo, dobbiamo ritornare in Basilicata, salutiamo il Vallo di Diano, sotto Monte Cavallo attraversiamo un bosco in cui, nonostante la scomparsa del sentiero tracciato, si riconoscono le tracce della presenza degli uomini. Non siamo i primi a calpestare quel suolo ricoperto di foglie, ma è come se la scoperta ci rendesse esploratori di un mondo lontano, in percolo, che in realtà ci sovrasta quotidianamente. Un tratto di cammino che quasi riesce a filtrare i nostri corpi, a farli attraversare tra gli spiragli di luce, come in un antico e nuovo rito di passaggio che attraversa i rovi. Sbuchiamo in quella che era la Polveriera, luogo di esercitazione militare nel territorio di Padula, da lì scendiamo tra vestigia che odorano di polvere da sparo e le storie di briganti di Dario, fra lotte e prese di posizione che oggi (nell’epoca post-moderna sulla cui valenza storico-filosofica in questo tratto di cammino ci interroghiamo) occorre ripensare e riattualizzare. Mandrano e Mandranello sono l’ultimo avamposto campano del nostro viaggio e i confini assumono tratti diversi, Campania e Basilicata non stanno spalla contro spalla, si guardano negli occhi, non riesci a distinguerne la fine e l’inizio. La “lucanità” è questa? Un albero con radici in due regioni?
Dopo impietose curve di pietre, Astrid e Viola camminano con difficoltà. Ci fermiamo a una fontana assolata.
Leggiamo dopo il pranzo che per i partigiani della felicità «La que­stione teo­lo­gica è più impor­tante della que­stione meri­dio­nale» e noi, che non sappiamo se l’acqua che scorre dalla fontana lì vicino possiamo berla perché siamo circondati da trivelle che sconquassano il sottosuolo della terra che calpestiamo da un giorno e mezzo per andare dalla Madonna di Viggiano, crediamo invece il contrario. Occorre che la questione meridionale non sia un capitolo dei libri di storia, ma un argomento discusso nei bar che da sempre sono luoghi di ritrovo, negli oratori delle chiese di paese, nelle piazze assonnate o invisibili, in fila agli ospedali che stanno chiudendo. La questione meridionale è chiedersi chi, cosa e perché ci fa temere di bere quell’acqua di fonte, interrogarsi sul perché ci si affidi alla Madonna Nera e non ai propri rappresentanti istituzionali, capire come fare per non andare via (e farsi cacciare) dal Sud.
Noi riempiamo una borraccia con quell’acqua per donarla alla Madonna.
Ripartiamo, è la controra e gli asini sono ancora più stanchi, come se il peso delle nostre domande gravi più degli zaini, della tenda, del cibo che trasportano. Arriviamo a Pergola, la frazione di Marsico Nuovo che pochi mesi prima ci aveva negato anche un bicchiere d’acqua. Ora il pozzo “Pergola 1” svetta di fronte a noi, potente. Salutiamo due anziane che stanno di fronte casa, arriva il molinaro che avevamo interrogato già a maggio, ci ha riconosciuti.
Continuiamo la strada, dobbiamo arrivare fin sopra il pozzo, salire la collina da cui sta esplorando le viscere di questo angolo di Lucania. Ad un certo punto, un ragazzo ci chiama, con lo zio e il cugino sta sistemando la legna per l’inverno, ci offre da bere, ci chiede da dove siamo partiti e dove stiamo andando. Il discorso si allarga al petrolio.
In poco tempo arrivano amici e parenti, si fermano incuriositi, per una foto agli asini o qualche domanda. Si sta facendo tardi, il tempo per salire e montare la tenda si sta riducendo. Ci viene in soccorso l’ospitalità lucana, quella che credevamo estinta. Ci invitano a restare lì la notte, è una casa che tra un anno ospiterà una nuova famiglia, ma soprattutto a fare festa con loro, i giovani di Pergola. Noi accettiamo.
Il tempo di preparare la brace, prendere la carne e le birre, e arrivano la sera e una ventina di ragazzi per fare festa con noi. Sono di Pergola, di Marsico Nuovo e di Brienza, l’età media è circa 23 anni, tra di loro c’è chi studia e chi lavora. Il fuoco della festa e il totem del petrolio, il pozzo “Pergola 1” illuminato (come la grande croce di luci bianche che sovrasta la frazione) secondo “interventi di inserimento paesaggistico e ambientale al fine di mitigare l’impatto visivo della torre e dell’intera postazione” sembra un’astronave pronta a trasportarci tutti sulla magnifica luna che piano piano esce a illuminarci. Il discorso sul petrolio si approfondisce.
I nostri nuovi amici sono informati, conoscono le vicende politiche, le dinamiche clientelari e economiche, i risultati dei controlli ambientali che raccontano gli ultimi anni dei loro luoghi. Sono consapevoli che le estrazioni stanno incidendo negativamente sul loro futuro. Perché? Qualcuno di loro lavora nell’indotto del petrolio, sanno che le royalties fanno piovere un bel po’ di denaro nelle casse dei loro paesi, percepiscono il buono carburante. Sanno che i soldi che il petrolio gli fa passare tra le mani sono solo le briciole, hanno capito che stanno perdendo vere risorse come i boschi, i terreni, l’acqua, sanno che la loro salute è a rischio, l’hanno vissuto sulla loro pelle. Accettano di raccontarci cosa vuol dire essere i figli del petrolio, quando sono stati perforati i primi pozzi non erano ancora nati, forse ancora non lo sanno che loro non sono le pecore ma possono essere le formiche di questa terra.

Partiamo il 4 mattina presto per non bruciare sotto il sole, attraversiamo la cava di Pergola, alle sue spalle ci affacciamo sulla Val d’Agri. Il sentiero cambia forma continuamente, dal bosco alla pineta, dalle ginestre ai campi, fino a quando non sbuchiamo sull’asfalto, alla fontana di Marsico Nuovo e al bar dove facciamo colazione. Costeggiamo il fiume Agri tra campi e vigneti rigogliosi, frazioni nelle campagne tra Marsico e Paterno e poi Galaino, salendo fino a Barricelle, a Il Querceto di Francesca Leggeri e Tazio Recchia. Qui, dopo aver scrollato la polvere del cammino, rigenerati e rimessi in sesto, ritroviamo libri, tracce di storia e di storie, ci fermiamo. Astrid e Viola si riposano e anche noi.
Questo posto parla di “Pietre, miracoli e petrolio“, come il documentario di Gianfranco Pannone del 2004 che vede Francesca tra i protagonisti. L’energia e l’equilibrio delle pietre cosa può contro il potere nero del petrolio? Il fantastico querceto alle spalle della struttura ricettiva e dell’azienda biologica è ormai attraversato da un oleodotto. E i nostri passi cosa possono in confronto alle multinazionali? Possono nulla, ma servono a noi, a capire cosa c’era sfuggito, a trovare il tempo per coltivare certezze. La sera festeggiamo, io con un pizzico di malinconia, l’arrivo di Valentina e Carlo, è il compleanno di chi questo cammino l’ha pensato e reso possibile: Ivan, “capeciuccio” e “capo ciuccio”.

Una bella dormita e il 5 mattina ripartiamo, senza Astrid e Viola, con sulle spalle il necessario per i due giorni seguenti. Piove, ma il cielo è sgombero di nuvole. Smette e saliamo, attraversiamo il querceto costeggiando l’oleodotto, quando incrociamo l’asfalto incontriamo il sito del nuovo prossimo pozzo, il Sant’Elia, lo stanno sminando, ripulendo da ciò che potrebbe disturbare la perforazione. Saliamo fino a quando non imbocchiamo il Sentiero del Ventennale, superiamo pini e macchia mediterranea fino ad attraversare la strada che da Marsicovetere porta al Sacro Monte di Viggiano. Qui continuiamo a salire e iniziamo a fronteggiare il vento, prima di inoltrarci in una striscia di faggi, ecco i pullman dei caggianesi che, dopo aver offerto il loro cinto dalla Madonna, scendono in paese, ci salutano. Da ora in poi il percorso si fa più irto, ma questo è anche il tratto più bello di tutti i giorni del “Cammino”. Siamo sul Volturino e mano a mano che avanziamo fin dove arriva il nostro sguardo vediamo montagne, riconosciamo quelle da cui siamo venuti e quelle che ci “appartengono” (gli Alburni, il Cervati, il Sirino), il lato potentino e materano non riusciamo a tratteggiarlo bene. A “Campo Imperatore” la fatica del cammino trova ristoro negli occhi, nella magnificenza dei luoghi che abitiamo, attraversiamo, conosciamo e che vediamo ora dall’alto per esserne dominati. La strada s’inerpica, le pietre e l’erba formano un loggione su un grande spettacolo che nessuno riuscirà a riprodurre e che rischia di essere distrutto. La natura si mostra selvaggia, libera, indomita, come i cavalli e le mucche che qui pascolano incontrollati, padroni del mondo sotto un cielo che si fa scuro.
Ad un tratto, tra due rocce, si apre un varco, ecco la cappella sul Monte della Madonna Nera di Viggiano, la vediamo di spalle, lontani s’intravedono dei pellegrini. Il contrasto è fortissimo: da un lato gli animali e dall’altro gli uomini, da un lato la natura e dall’altro la cultura. Il pensiero va al mito di fondazione del culto e a cosa, nei secoli, la devozione ha prodotto su questo monte che domina le genti lucane.
Eccola la meta, il viaggio è compiuto.

Ci avviciniamo al santuario, come gli altri pellegrini non possiamo compiere i tre giri rituali intorno al luogo sacro a causa dei lavori di rifacimento della sacrestia che stanno andando avanti ormai da anni. Non entriamo subito a salutare Maria, prima di avvicinarsi all’icona occorre un momento di decompressione, ripensare la fatica e lo scopo del pellegrinaggio, ritornare a casa con la mente, riavvolgere il nastro del viaggio, sgranare sogni e bisogni. Negati i tre giri, cerchiamo la sistemazione per la notte, proviamo a rimediare al sudore e a coprirci dall’aria che si è raffreddata. Scende qualche goccia dal cielo, ciascuno di noi quattro entra in chiesa per conto suo.
L’avrò vista decine e decine di volte la Madonna di Viggiano, ma questa volta i sui occhi non mi sembrano “senza sguardo” (così la descrive Carlo Levi) ma specchio della sua potenza, alimentata dalle vesti d’oro e dalla sua presenza miracolosa. “Il cammino silenzioso” è ancora nei piedi e gli occhi si arrossano.

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La festa di settembre acquista un senso diverso, stavolta non sono venuto ad osservarla, ma ne faccio parte, sono uno dei pellegrini giunto qui, richiamato dalla potenza della Madonna Nera. Guardo gli altri salire, cantare, offrire il proprio cinto, pregare, piangere, salutare Maria, mangiare, festeggiare, tutto mi sembra familiare, anche perché nei comportamenti degli altri un po’ mi ci riconosco. La festa dei pellegrini è questa di settembre ed è così anche la mia di festa.
Racconto agli altri cosa succede in paese, la processione del quadro della Madonna, le bancarelle, la musica, l’arrivo della processione dell’indomani, gli amministratori lucani che accoglieranno la statua. Andrebbe urlato il motivo principale del nostro “Cammino”, soprattutto a chi siederà nelle prime file della messa in paese, ma non porterebbe a nulla.
Compiuti i chilometri che uniscono la cappella a Piano Bonocore, discesa e salita affollate di anziani, uomini, donne, giovani, bambini, carrozzine, ritorniamo dalla Madonna di Viggiano per consegnarle tre ampolle con l’acqua di contrada Vivo, Pergola e l’acqua che sgorga dalla fontana vicina al ricovero di primavera e estate della Madonna, inoltre, due pani impastati con grani antichi da Angelo Avagliano, il papà di Antonia.
Proviamo a dormire qualche ora nella sala del pellegrino con i camminatori partiti da Satriano di Lucania, uno degli altri gruppi che è giunto a piedi al Sacro Monte; con i quindici caggianesi e i devoti di Accettura, sono quattro le storie di nuovo pellegrinaggio quest’anno, con modalità di svolgimento e motivazioni diverse, tutte accomunate dal passaggio obbligato, per giungere dalla Madonna, presso un pozzo di petrolio o area mutata dalla petrolizzazione della Lucania. [1]
Il pellegrinaggio lucano contemporaneo muta, più che attraversare i campi [2] attraversa i pozzi, l’azione rituale che sposta le comunità, in tempi e modalità più o meno stabilite, fa i conti con la trasformazione, non solo fisica ma anche simbolica, delle proprie strade. Si va dalla Madonna Nera circondati dai segni visibili del petrolio.

All’alba di domenica 6 settembre, dopo una notte di veglia durante la quale abbiamo sconfitto il freddo con la musica e la compagnia dei ragazzi di Caggiano e di Pergola, accompagniamo la Madonna di Viggiano nel primo tratto di strada verso il paese, la folla che fa festa.
Noi ridiscendiamo a Barricelle a piedi, stanchi e carichi di cose da raccontare.

VIDEO

Alcune foto de “Il Cammino silenzioso” sono qui e qui.
Altri racconti del cammino di settembre: La terra dei viandanti smarriti, Una concisa e inevitabilmente noiosa premessa, Carmelo e la Lucania, Mefite violata.

[1] Altre interessanti modalità di cammino si sono svolte contemporaneamente o nei giorni successivi in Basilicata, la marcia “Aboliamo i confini” e “Lucania Walk in Progress” le più significative.
[2] Pellegrinaggio deriva dal latino peregrinus, da per (al di là/attraverso) + ager (i campi). Indica essenzialmente lo straniero (colui che è in viaggio verso un luogo sacro) che proviene da fuori le mura della propria città. Nel caso di pellegrinaggi in cui si ritrovano le “stesse” genti, come ad esempio Viggiano, l’etimologia potrebbe richiamare anche l’azione del muoversi attraverso i luoghi/campi del cammino. Nei giorni in cui si è svolto “Il Cammino silenzioso” migliaia di persone hanno attraversato a piedi i confini europei dirigendosi verso nuove case, nuovi luoghi sacri della loro sopravvivenza.

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